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Tra il 1965 e il 1966 due delle più interessanti realtà musicali stavano giocando- mossa dopo mossa- una partita che, in un continuo crescendo, avrebbe portato alla produzione di album indimenticabili capaci di rivoluzionare la musica popolare. Quando nel Dicembre ‘65 la premiata ditta Lennon-McCartney diede alla luce “Rubber Soul” , la risposta di Brian Wilson fu quella di coinvolgere nel suo progetto il paroliere Tony Asher e chiudersi in studio di registrazione per due mesi, in attesa che il resto dei Beach Boys tornasse dalla tournée. La sua ambizione era dare inizio ad un nuovo genere di musica emozionale e sofisticata, e gli incoraggianti squarci di genialità offerti dal precedente album “Today” – che già di per sé rappresentava un balzo in avanti notevole rispetto al resto della produzione del gruppo – dimostravano che la sfida che si proponeva il giovane musicista non era affatto sproporzionata alle sue straordinarie possibilità. Tutti gli sforzi creativi andarono a convergere nella produzione di 12 nuove tracce, ognuna intesa come un’esperienza a sé, un’esplorazione verso le diverse direzioni offerte dalla musica, un ritratto dell’anima di quello che, nonostante tutto, è possibile indicare come l’unico vero autore di questo delicato miracolo che è “Pet Sounds”: Brian Wilson La sua abilità compositiva tocca qui il punto massimo, così come la capacità di tradurre in musica i suoi sentimenti di giovane complesso, il suo sguardo da “adult child” sul mondo. Fondamentale è l’apporto dei testi, che si fondono con il tessuto musicale e lo completano: le parole, dirette e sincere, eppure non banali, costituiscono una certa novità rispetto agli standard del gruppo, e sono frutto della preziosa collaborazione del già citato Asher, a cui va il merito di essere stato perfetto interprete dei pensieri di Brian Wilson. La produzione è assoluta perfezione: il suono ottenuto (è bene ricordarlo, con i mezzi offerti dall’epoca) è pieno e pulito, la lezione di Phil Spector è stata assimilata appieno da Wilson, che qui supera a mani basse il maestro del “wall of sound”. Ciò che sorprende non è solo la vasta gamma degli strumenti utilizzati ( archi, fiati, organi, clavicembalo, vibrafono, il theremin - che sarà protagonista in “Good Vibrations”, armoniche), ma il modo in cui ognuno di questi viene sentito, suonato e quasi dotato di una nuova vita dal genio di Wilson. Il rigore maniacale nello studio ( le registrazioni durarono più di un anno in un periodo in cui i nuovi album dei Beach Boys vedevano la luce quasi ogni tre mesi), le infinite sessioni (per comprendere la tecnica assolutamente innovativa di Wilson e il suo modo unico di “suonare” lo studio di registrazione è consigliato un ascolto del box set “Pet Sound Sessions”), la cura ossessiva che si deve alla ricerca della perfezione non sottraggono nulla alla spontaneità e alla freschezza del lavoro, all’immediatezza di classici come “Wouldn't It Be Nice”, “Sloop John B”(motivo tradizionale riarrangiato da Wilson), “Caroline No”, “God Only Knows”. Il risultato del grande sforzo di Wilson e di chi collaborò a questo storico album non va dunque in direzione di una complessità - che pure c’è - fine a se stessa, ma porta ad un lavoro che ad ogni nuovo ascolto è stimolante e riserva continue sorprese. Anche i momenti meno noti del disco, da “Don't Talk (Put Your Head on My Shoulder)” a “Here Today”, passando per le strumentali “Pet Sounds” e “Let’s Go Away For Awhile” sono gemme di assoluta brillantezza, fondamentali per lo sviluppo del concetto che muove l’intero album: il passaggio all’età adulta e la perdita dell’innocenza. Ovviamente non è da dimenticare che i Beach Boys furono soprattutto uno straordinario gruppo vocale (tanto è vero che per incidere le parti strumentali Wilson si avvaleva di musicisti professionisti) e il ruolo delle armonie dei fratelli Wilson e di Al Jardine, della voce bassa e calda di Mike Love è fondamentale per l’impasto sonoro di cui Brian andava alla ricerca. Come lo stesso giovane autore sembrava intuire con dolore in “ I Just Wasn’t Made For These Times” (Every time I get the inspiration\ To go change things around\ No one wants to help me look for places\ Where new things might be found) l’accoglienza riservata al prodotto dei suoi sforzi e alla sua voglia di rinnovarsi fu tiepida, e non certo degna della meraviglia che aveva appena regalato al mondo. La chiusura nei problemi personali e nella depressione fu totale dopo l’arenarsi del progetto “SMiLE!”, il disco perduto che ha visto la luce solo nel 2004 , e che nelle intenzioni dei Wilson avrebbe dovuto portare oltre i suoi stessi limiti la forma-canzone. Quello che rimane di quella straordinaria stagione creativa è un album splendido, sospeso nel tempo, con cui Brian Wilson ha regalato gioia a chiunque abbia davvero voluto ascoltarlo.
Articolo del
18/05/2006 -
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