|
Quello del Sistina, del circuito Telecom, non è stato proprio il concerto di Lionel Hampton quanto piuttosto quello della sua band, composta da sedici buoni musicisti. Ovviamente lui, il vecchio Lionel, la leggenda vivente del jazz, c'era. Stava davanti a tutti i suoi orchestrali, ora piegato sopra il suo vibrafono con le bacchette in mano, ora rivolto verso di loro ma ahimé troppo spesso sembrava che non ci fosse. Va detto subito. A Hampton si può perdonare tutto. Basta ricordare la sua veneranda età che secondo gli storici si aggira sugli ottantotto anni, nonostante lui assicuri di non superarne ottantadue. E se questo non dovesse bastare si possono contare i guai di salute e i tre (dico tre) ictus cerebrali accumulati nei decenni, di cui uno dopo l'ultima apparizione in Italia alla fine degli anni ottanta. Della forma non più smagliante ci si è potuto accorgere già dall'entrata del Maestro sul palco, avvenuta mentre la sua band suonava una classica intro e il pubblico si commuoveva in un prolungato applauso. Così, impiegando non meno di dieci minuti a raggiungere la sua postazione, Hampton veniva accompagnato da due splendide ragazze, una bionda ed una bruna, che lui stesso ha preteso al suo fianco al posto del suo accompagnatore di rito. Per chi non lo sapesse, questo piccolo uomo cominciò la sua carriera negli anni trenta e lo fece nientepopodimeno che con Louis Armstrong che, avendolo notato in un night club di Los Angeles, lo portò con sé in sala di incisione. Da quel momento Hampton ha attraversato in lungo ed in largo le strade del jazz, incontrando i più grandi musicisti del secolo ed inanellando un'interminabile serie di successi del calibro di Sunny side of the street, Midnight sun, Flying home e chi più ne ha più ne metta. Senza poi dimenticare che Lionel Hampton ha introdotto il vibrafono nel jazz, prima di lui sconosciuto, ed è considerato da alcuni il più grande batterista di tutti i tempi. Tutto sommato meritava di più, il vecchio Lionel. La cornice al Sistina era quella mondana e po' presenzialista dei concerti Telecom, il pubblico distratto, rumoroso e decisamente poco jazz. L'amplificazione, carente di un mixer per il palco, si è ripresa nel secondo tempo dopo un inizio disastroso a base di microfoni spenti, feedback e dislivelli eclatanti. Il colpo di grazia lo ha dato Stefano Mazzonis, organizzatore e presentatore dell'evento, sempre bene in vista sul palco durante l'esibizione, pronto ad intervenire tra un brano e l'altro per esigenze di sponsor, non senza commettere qualche gaffe. Il concerto è stato comunque stupendo visto che le occasioni di ascoltare dal vivo jazz tradizionale non sono più molte, ricordando con questo la recente dipartita di Ella Fitzgerald e Joe Pass. Un po' di amaro in bocca tuttavia rimane pensando ai fasti di una quindicina di anni fa e alle apparizioni di allora di Hampton. La Big Band contava una sezione ritmica composta da batteria, contrabbasso, pianoforte e chitarra e una ricca sezione fiati con sei sassofoni, quattro trombe, due tromboni e una tuba. Tutti buoni musicisti, purtoppo non sufficientemente coordinati da un direttore non più all'altezza della situazione. Sotto l'occhio perlopiù spettatore del vecchio Lionel, si sono praticamente autogestiti in quasi due ore e mezza di improvvisazioni individuali, neanche soliste, dimenticandosi di essere una big band. E' stato senz'altro questo l'aspetto meno convincente del concerto nonostante le doti degli strumentisti, forse a tratti solo un po' troppo "cool" per chi suona musica stagionata mezzo secolo. I lunghi brani si sono succeduti concedendo ben poco al buon Hampton che, nel trambusto di questo caotico concerto, si è potuto permettere un intervento vocale in Brand new baby e un emozionante trio, accompagnato da Frank Vignola alla chitarra e Sam Pilafian alla tuba. Proprio questa formazione ci ha regalato il momento più bello dell'intera esibizione con China boy e Don't get around di Duke Ellington. Qui l'atmosfera più raccolta ha messo in luce il grande tocco di Hampton che, non più vincolato dai tempi e dall'irruenza tipici della big band, ha dato vita ad una musica sottilissima, leggera ed ironica, con una delicatezza emozionante. Una vera chicca. Il resto si è svolto tra motivi più o meno famosi dello stesso Hampton, di Dizzy Gillespie, Quincy Jones, Wes Montgomery, Joe Newman e altri, tutti mostri sacri con cui Hampton si è trovato a lavorare, scrivendo alcune delle pagine più belle della storia del jazz. Così, mentre la band suonava When I'll fall in love, Central avenue breakdown e Hamp's boogie woogie, il vecchio Lionel si limitava a battere il tempo con le mani, a volte anche ignorato dai compagni, anarchici per necessità. Il concerto, a tratti commovente, a tratti imbarazzante, è stato imperdibile soprattutto per chi come me, per motivi anagrafici, non ha potuto entusiasmarsi negli anni sessanta, quando Lionel Hampton, nei club di Roma, suonava un grosso tamburo saltandoci sopra con tutte le sue forze. Grazie, Mr.Hampton, ti auguro ancora decenni di brillante carriera!
Articolo del
01/02/2002 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|