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Sono noti per la loro ritrosia e l’esibizione che l’altra sera li ha messi di fronte ad un Rolling Stone gremito in ogni ordine di posti non ha smentito questa fama che li accompagna fin dagli esordi. Stuart Murdoch e Stevie Jackson hanno praticamente fatto finta di non conoscersi per tutta la serata, fino a quando il biondo frontman ha espressamente invitato il compagno di merende a prodursi in un brano (“Jonathan David”) tratto da “Push Barman To Open Old Wounds”. E l’occhialuto chitarrista ha rispettato le consegne dimenandosi beffardamente nel suo impeccabile completo antracite (con tanto di cravatta a tono) rimasto abbottonato, da perfetto lord, tutto il tempo. Altri colpi di teatro, però, non ce ne sono stati, a parte quando il vocalist è sceso dal palco per far tradurre ad una spettatrice la sua riconoscenza nei confronti del pubblico. Quest’ultimo non si è fatto pregare e si è sciolto nell’ennesimo applauso, cui Stuart ha risposto coprendosi gli occhi con una mano per evitare di essere abbagliato dai flash delle macchinette fotografiche. I Belle & Sebastian sono fatti così. Ammantati di un’apparente indolenza che non rende giustizia alla determinazione con cui dissodano i campi pop-folk da un decennio, gli scozzesi stanno fronteggiando il tour di “The Life Pursuit” sospinti dalla voglia di dimostrare che i malumori serpeggiati tempo fa sono un pallido ricordo. La loro unione è più solida che mai, cementata da un collante che tutt’al più ha subito qualche innocuo scricchiolio. Isobel Campbell non c’è più, ma è stata rimpiazzata da Sarah Martin che alla fine risulterà più abile con i fiati (deliziosi gli innesti di flauto dolce) piuttosto che al violino. E la line-up si completa con Mike Cooke (troppo timorosa la sua tromba), Chris Geddes (pianoforte e tastiere), Richard Colburn (batteria) e Bob Kildea (basso e chitarra). La giusta gamma di strumenti per riprodurre con adeguata efficacia quel sound che nell’ultimo disco si è arricchito di sonorità più assortite rispetto al passato. Di suoni variamente stratificati se ne intendono anche i Field Music, che con i brani tratti dai due cd pubblicati negli ultimi otto mesi (e si parla già di un terzo) hanno fatto da apripista ai Belle & Sebastian. A loro volta erano stato preceduti dagli altrettanto convincenti Deasonika, che non hanno lesinato forze per dimostrare che la parentesi sanremese è l’inizio di un duraturo stato di grazia. I gruppi spalla non sempre sono selezionati oculatamente e spesso si ritrovano fianco a fianco artisti le cui vocazioni non esprimono particolari affinità. In questo caso la scelta è stata pienamente azzeccata e una buona parte del merito della pensata va all’emittente MTV, che dello show è stata l’artefice nell’ambito del ciclo delle Brand New Nights. Certo i Field Music si sono disimpegnati con una marcia in più e non sarà facile dimenticare la disinvoltura con cui hanno distillato le loro esemplari melodie, già con “You’re Not Supposed To” che ha aperto lo spazio degli inglesi così come introduce l’ascolto del loro cd “Write Your Own History”. Peter e David Brewis ed Andrew Moore: vestono come umili ragionieri del catasto, ma le loro note hanno una verve armonica destinata a rinfocolare le speranze soprattutto di chi non trova pace all’idea che gli Xtc stentino a procacciarsi un contratto discografico. L’ottima performance dei Field Music ha ulteriormente fatto salire il termometro delle aspettative ed i Belle & Sebastian hanno mantenuto subito alta la temperatura con un incipit magistrale: “Stars Of Track And Field” ha carburato gradatamente come pian piano si accendono le luci di una città all’alba, fino alla trascinante conclusione irrobustita dalle potenti accelerazioni chitarristiche. Quindi largo alla solarità: i quattro brani successivi, con l’unica eccezione dell’intermezzo di “Bell & Sebastian”, hanno attinto da “The Life Pursuit” ricordando che i loro autori ultimamente hanno ritrovato il sorriso. I ritmi giocosi di “Another Sunny Day”, “Funny Little Frog” e “Sukie In The Graveyard” hanno poi ceduto il testimone al primo degli estratti di “Tigermilk”, una zoppicante “Electronic Renaissance” ampiamente compromessa dalle incerte moine di Jackson. Il fatto che “The Life Pursuit” sia stato impietosamente saccheggiato e che i pezzi più stagionati siano stati o ignorati o interpretati con scarsa convinzione, ha rafforzato l'impressione che i Bell & Sebastian ritengano chiuso un determinato ciclo e abbiano una fiducia cieca nel nuovo corso. Non si spiega altrimenti la mollezza di “If You’re Feeling Sinister”, mentre l’argento vivo è stato riservato a “Song For Sunshine”, “For The Price Of A Cup Of Tea” e “White Collar Boy” (acclamata più del bis “The Blues Are Still Blue”). Due ore (scarse) di concerto, due ore di slanci vivaci e pause a volte evitabili. I Bell & Sebastian sanno pizzicare le corde giuste, ma qua e là le loro mosse sono parse un po’ sbiadite e prive di mordente. Una maggiore attenzione in direzione dei vecchi brani avrebbe aggiunto un pizzico di imprevedibilità e magari a quel punto sarebbe stato interessante veder combinate in modo omogeneo pulsioni di segno diverso. Così invece lo stile più asciutto delle origini e quello più effervescente di “The Life Pursuit” hanno avuto poche occasioni per incontrarsi e perciò il bilancio finale risulta a tratti slegato e diseguale. Inoltre, ad avviso di chi scrive, imperdonabile è la mancanza di un autentico gioiello come “Like Dylan In The Movies”. Ad ogni modo, a giudicare anche dall’ardore con cui i fan si sono accalcati sulla pista del locale milanese, tali perplessità sono facilmente superabili. I Belle & Sebastian nel nostro paese godono di un’apertura di credito illimitata, una sorta di corsia preferenziale che fa piovere sulle loro teste un’incontenibile messe di elogi. E loro, timidamente, ringraziano.
Articolo del
26/05/2006 -
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