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Ritorna in concerto Yo La Tengo, uno dei gruppi più geniali e coerenti della scena “indie rock” americana. La band composta da Ira Kaplan, alla chitarra elettrica, da James McNew, al basso e da Georgia Hubley , alla batteria, ci ha regalato un “set” entusiasmante, ricco di sonorità sperimentali e di emozioni semplici e vere, proprie di chi ama questo mestiere per davvero. Dopo aver festeggiato nel 2005 i primi venti anni di attività con la pubblicazione di “Prisoners Of Love”, l’album doppio (fortunato chi lo possiede nella versione con triplo cd) che raccoglie le cose migliori del loro vastissimo repertorio, Yo La Tengo sta per pubblicare “I’m Not Afraid Of You”, un nuovo album per la Matador Records che uscirà a Settembre. Anticipazioni tratte dal prossimo disco, piccoli capolavori del recente passato e divertenti esecuzioni di brani musicali “a richiesta” hanno costituito il corpo di oltre due ore di concerto che hanno riconciliato l’anima con la musica vera, che viene dalle viscere di chi la esegue e che scava dentro l’anima di chi l’ascolta. Si parte con il frastuono psichedelico e l’elettricità devastante di “I Should Have Known Better” e di “Pass The Hatchet”, segue “Autumn Sweater”, una ballata molto bella, la voce di Ira, un tappeto di tastiere e tante percussioni sullo sfondo. Su “Little Eyes” tocca a Georgia assumere il ruolo di “vocalist” e lei non si fa pregare, anzi cattura il pubblico presente in sala con una interpretazione delicata e toccante, e ci rivela una sensibilità degna di un altro mondo. Dopo aver dato voce alle richieste dei ragazzi delle prime file, tante forse troppe, Ira si assume la responsabilità della scelta ed esegue “Shaker”, un brano semplicemente fantastico, acido, elementare e potente al punto giusto, con quelle chitarre distorte che ci ricordano tanto “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges! E ancora “I Feel Like Going Home” e “The Race Is Going On” con i musicisti di questo fantastico rock trio basico ed essenziale che si alternano agli strumenti, Georgia passa alle tastiere e poi anche alla chitarra solista, James si cimenta con le percussioni e come “vocalist”, mentre Ira sul finale va alla batteria. Si vede che amano la loro musica, che suonarla gli fa bene al cuore, hanno anche la possibilità di viaggiare, il resto non conta. “Grazie, prego, mi scusi”, queste le poche parole di italiano che hanno fin qui imparato, allora è senz’altro meglio tuffarci nell’ascolto di “I Heard You Looking”, un brano soltanto strumentale che ci regala una sovrapposizione di suoni assolutamente mirabile, come se fossimo all’interno di un lungo sogno elettrico ad occhi aperti, destinato a non finire mai. Arriva poi il momento di “Bean Bag Chair”, un brano molto gradevole che sarà contenuto sul nuovo disco, mentre l’esecuzione di “Sometimes I Don’t Get You” precede quelli che saranno i molteplici contorcimenti psichedelici, tipicamente “sixties”, di “Sugarcube”, una ballata morbida e inquieta. Anche “The Story Of Jazz” si rivela quanto mai nervosa ed elettrica, volutamente scostante e ricca di “feedback”. Il concerto si chiude con l’esecuzione di “ Tears Are In Your Eyes” una delicata “slow ballad” psichedelica cantata da Georgia con il candore e con la semplicità propria di chi è abituato a mettere a nudo la propria anima, e a non vergognarsene mai. Il tutto in netto contrasto con il distratto e fastidioso vociare di parte del pubblico che a tratti interferiva con l’ascolto. Ottimo, avrebbe detto Robert Fripp, è una nuova sfida, ci insegna a trovare il modo per isolarci mentalmente con la musica e procedere ugualmente all’ascolto. Let’s do it!
Articolo del
30/05/2006 -
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