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Angelique Kidjo
Madame Voodoo
1998
di
Marco Conigliani
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Angelique Kidjo viene dal Benin ma ha lasciato il suo paese, oppresso da un dittatura militare, nel 1983. Stabilitasi a Parigi con l’intenzione di studiare giurisprudenza, coltiva la sua passione per la musica prendendo lezioni di canto. Si unisce a un gruppo jazz, i Pili Pili e nel 1987 inizia a lavorare con il bassista Jean Hebrail, destinato di lì a poco a diventare suo marito. Dalla loro collaborazione sono scaturiti i primi dischi di Angelique. L’esordio risale al 1990 con Parakou. Nel 1998, all'alba dei quarant'anni, pubblica il suo quinto lavoro intitolato Oremi. Il primo singolo dell’album, una cover di Voodoo Child è un successo mondiale e la consacra definitivamente regina dell’afro soul. Durante le sue esibizioni, Angelique Kidjo appare come una figura imponente dominando il palco con grinta e autorevolezza. Vista di persona stupisce per la sua corporatura minuta e compatta. Parlando dimostra un carattere esuberante e un grande temperamento. Non credi che lanciando Oremi con una cover il tuo ruolo di musicista venga sminuito? No, per me non è un problema cantare un brano di qualcun' altro. Se la canzone mi ispira la faccio mia. E' proprio il caso di Voodoo Child che mio fratello mi faceva ascoltare quando ero bambina. E' un pezzo straordinario e ha un valore particolare per me perché parla del voodoo, la religione del mio paese. E’ stato come se Jimi Hendrix, con Voodoo Child, mi avesse parlato di cose che mi appartengono comunicandomi sensazioni che non conoscevo. Per questo è stato facile appropriarmi del brano. Tecnicamente il fatto è insolito visto che Hendrix faceva tutto con la chitarra mentre nella tua musica le chitarre sono in secondo piano. E’ vero, è stato difficile riarrangiare il pezzo. In effetti ci sono voluti degli anni ma alla fine ci sono riuscita adattando per la mia voce le parti nate per la chitarra. Dal vivo può sembrare ancora più strano visto che nel mio gruppo un chitarrista manca del tutto. Che significa «Oremi»? E’ dialetto Yoruba e vuol dire «amici». Ho scelto questo titolo per il mio album perché la musica permette di raggiungere persone lontane e diverse tra loro e metterle in comunicazione. Ciò consente di confrontarsi con gli altri e senza il confronto non c’è nulla, da soli non siamo nulla. Tutto questo fa della musica uno strumento importante. Dalla mancanza di comunicazione nascono le peggiori ingiustizie, le guerre intestine... Ti riferisci anche al tuo paese? Certo. E’ lì che ho iniziato soffrire di fronte alle ingiustizie, detesto le ingiustizie. E’ qualcosa di fortemente radicato nella mia educazione. Questo è il motivo che mi ha spinto a interessarmi di giurisprudenza. Studiare diritto è importante perché per difendere qualcuno bisogna essere preparatissimi. Tornerai a vivere nel Benin adesso che si è ristabilita una situazione di democrazia? Tornerò nel Benin quando potrò essere utile al mio paese, responsabilizzando il mio popolo e aiutandolo, per crescere insieme. Per fare questo devo fare ancora molta strada, non sono ancora abbastanza grande.
Articolo del
01/02/2002 -
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