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Parto da un presupposto: da uno come l’attuale Robert Fripp non ci si aspetta nulla di propriamente canonico. Per un semplice motivo: non ha mai suonato canonicamente. Ha innovato per natura. Per natura è sempre “andato oltre”. Casomai i canoni se li è fatti da sé. Culmine di questa sua metamorfica esistenza musicale sono i Soundscapes, i “paesaggi sonori” (direi quasi, dopo l’ascolto, le lande sonore) gettate in pasto al pubblico romano dell’Auditorium martedì sera, per il ciclo di concerti “Santa Cecilia It’s Wonderful”. Delle sue suites schizoidi – come gli han fatto dire su tutti i giornali senza molto senso, “basate su delay, azzardo e ripetizioni” – ha fornito un corpus sostanzioso lungo una mezzora. All’inizio del concerto, prima di lasciare spazio alla sua League of Crafty Guitarists, e nel mezzo, rimanendo poi ad occhieggiare sulla tastiera della sua Les Paul come un santone protettore mentre i nove eccellenti chitarristi acustici si sbizzarrivano in un’onda armonica di grande spessore. Quel che ne viene fuori – dal Fripp solista, diciamo così – è una serie di tavole sfocate, molto cinematografiche nella loro forza evocativa ed allucinogena, che sfiorano i territori più accidentati dell’ambient. Intesa proprio nel senso più nobile. Quello, insomma, che il suo inventore Brian Eno – eccolo che nella biografia di Fripp riscappa sempre fuori – ha definito come un genere (?) che “must be able to accommodate many levels of listening attention without enforcing one in particular; it must be as ignorable as it is interesting”. Mi pare quanto di più azzeccato si possa richiamare per concentrare il lavoro cyberambient di Fripp che – attenzione – rimane però assai fruibile laddove intende coinvolgere attivamente nella produzione di senso l’ascoltatore. Il quale, insomma, deve certo rimboccarsi le maniche per seguire il maestro nelle sue escursioni cosmisoniche al di là di ogni possibile orecchiabilità. Che poi qualcuno si abbiocchi nel bel mezzo delle sue scorribande era da mettere in conto. Ad ogni modo: da quella chitarra trasformata ed utilizzata proprio come fosse una tastiera di un campionatore Fripp tira fuori quel che gli pare. Da sempre. Discorso in parte opposto per la cosmopolita compagine di virtuosi che lo accompagna con un repertorio che definire eclettico è un eufemismo. Dai tanghi di Piazzolla alle composizioni di Bartók e Bach fino ad inediti di Fripp e standard rock ‘n’ roll e blues. C’è un dato che impressiona, nella certosina divisione del lavoro dei nove chitarristi: la frammentazione dello spartito. In pratica, al di là delle parti-tappeto che tutti suonano, ciascuno di essi ha però un pezzetto specifico di ogni composizione che deve eseguire in una battuta specifica. Non si tratta di mere parti soliste: l’intera composizione è sottoposta ad un interessantissimo lavoro di esplosione, triturazione e successiva ritessitura corale che tira fuori da ogni genere un risultato decisamente suggestivo. Perché lo ristruttura nell’approccio chitarristico. Senza contare la perfezione tecnica dei giovani musicisti – esaltata dall’acustica-da-godimento della Sala Santa Cecilia -, tutti coinvolti nel progetto internazionale Guitar Craft messo a punto dal fondatore dei King Crimson. Che nel corso dei loro pezzi sembra ricamare sulla sua tastiera come se quanto sta ascoltando fosse la realizzazione magica di quel che da una vita gli passava per la testa. Affascinanti, in particolare, rimangono le circulations, che sono – per così dire – l’essenza di quanto tentavo di spiegare in precedenza: i vari musicisti compongono un insieme improvvisato suonando ognuno una singola nota. Un socialismo pluriarmonico assai stimolante. Un tripudio della chitarra, certo. Ma come sempre, nelle composizioni complete e musicalmente impeccabili, sembra che - in realtà - non manchi nulla. E che tutta la Musica si concentri li, in quel momento, sul quel palco.
Articolo del
22/06/2006 -
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