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Bordate di suoni pesanti ed oscuri, chitarre dolorose e veementi che si sovrapponevano a una serie di “beat” ossessivi e penetranti hanno segnato il ritorno dei Tool dal vivo in Italia, dopo ben cinque anni di assenza. La band californiana guidata dal “vocalist” Maynard Keenan, con Adam Jones alla chitarra, Justin Chancellor al basso e Danny Carey alla batteria, si è rivelata una vera e propria macchina da guerra, scagliata con forza contro l’appiattimento delle coscienze, l’ipocrisia e le guerre (quelle vere) contro ogni tentativo di omologazione, pronta ad infrangere e a cancellare in un colpo solo abitudini melodiche conosciute e mansuete consuetudini. Inavvicinabili e fermamente decisi a lasciar parlare soltanto la loro musica (odiano “photo session” e interviste) i Tool hanno presentato molti brani tratti da “10,000 Days”, il nuovo disco, uscito dopo cinque anni di attesa da “La-Te-Ra-Lus”, ad ulteriore riprova di come siano al di fuori dei soliti meccanismi dell’industria del disco. Ad attenderli al Palaghiaccio di Marino, per un assoluto “sold out”, migliaia di giovani giunti in pellegrinaggio da ogni dove, ripagati però da una esibizione a dir poco esaltante e pregna di significati. Si parte alla grande, con gli accordi inquietanti di “Lost Keys” che confluiscono in una esplosiva “Rosetta Stoned”, rispettando la sequenza dell’ultimo album. Sullo sfondo immagini infernali che si susseguono a velocità folle e che disegnano orizzonti sempre in movimento, fatti di fiumi di fuoco, frammenti di crosta terrestre, fratture, esplosioni, richiami alle filosofie orientali, incubi e visioni sataniche. Il canto di Maynard Keenan giunge lontano, lui poi è un’ombra, o poco più, a cui piace perdersi, lasciarsi andare, all’interno dei filmati proiettati in scena, anzi ne diventa parte, quale elemento umano fragile e dissonante, in modo tale da azzerare qualsiasi distinzione fra suoni, immagini e musicisti dal vivo. L’effetto è davvero molto forte, le conseguenze dirompenti, i le note lancinanti ed aggressive di “Stinkfist” e di “Forty Six & 2”, il brano dedicato alla psicologia jungiana, inserito su “Aenima”del 1996, arrivano diritte al cuore e alle viscere, per un “alternative metal” di ottima fattura, che taglia i ponti con le rigidità dei canoni espressivi dell’hard rock del passato e mescola sapientemente tracce di psichedelica e musica progressiva. E’ un po’ come sentire i King Crimson di Robert Fripp (peraltro convinto ammiratore della band) in una versione ultra metallica, è un po’ come se i Pink Floyd avessero impedito a Syd Barret il ricovero in una clinica psichiatrica e avessero proseguito il suo percorso, è un po’ come se il “grunge” dei primi Jane’s Addiction di Dave Navarro fosse stato condotto a logiche conclusioni. Il suono lacerante di un basso ventrale e l’incedere martellante delle note di “Jambi”, da “10,000 Days” ci risvegliano però da questi accostamenti e forse inutili elucubrazioni, ci richiamano ad una realtà che diventa sempre più rumorosa e appassionante, con il Palaghiaccio che diventa all’improvviso padiglione di assemblaggio di una fabbrica di “metallo” industriale, che traccia le linee per il futuro del Rock. Chissà come avrebbe reagito Papa Ratzinger agli arpeggi inquietanti che aprono “Schism” , tratta da “La-Te-Ra-Lus” del 2001, chissà se ricorda cosa fosse successo e perché. A questo ci pensano i Tool, con l’affermazione della loro religione, quella della rivolta ad ogni dominazione, ad ogni potere costituito, quella della macerazione di qualsiasi assolutismo, alla ricerca del trascendente e di una nuova spiritualità all’interno dei processi dell’evoluzione umana. Si torna al nuovo disco con le note di “Right In Two” una “slow ballad” da brividi, arricchita dal suono di percussioni tribali che si fanno avanti piano, fino a dettare i tempi del brano. E ancora “Sober” , un classico dei Tool, tratto da “Undertow”, uno dei primi album e - dopo una breve pausa - arrivano le bestemmie esplosive e i ritmi serrati di “Vicarious” e le note di “Aenima”, il vero manifesto delle tematiche della “new religion” professata dal gruppo, mentre nel frattempo sugli schermi la colomba bianca della pace ben presto si trasforma in aereo da guerra con il suo carico di morte. Questo glielo hai detto a Bush e gentile signora, tu Papa Ratzinger?
Articolo del
23/06/2006 -
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