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Quest’anno il Cornetto Free Music Festival ha regalato un concerto notevole. E alla fine poco importa se Skin litiga con l’organizzazione per questioni relative ai tempi della propria esibizione e scappa via in albergo. Certo, una grande figura non l’ha fatta ma in compenso dopo Carmen Consoli, per riempire un po’ il vuoto artistico che si è creato, Ambra e Alvin si sono gettati in una a dir poco improbabile intervista alla cantantessa siciliana. Giusto il tempo di preparare l’attesa per l’immenso Sting. Piccola nota: la giornata è stata aperta dalla performance dei Fiction Plane, la band di Joe Sumner, figlio di Sting e erede quantomeno della sua splendida voce. Molto apprezzabili e diretti grazie al loro indie rock radiofonico, sono stati una piacevole sorpresa almeno per il sottoscritto. Dopo l’esordiente Roberta Giallo è il turno della Consoli e poi della defezione di Skin. Ma a noi questo non importa perché vogliamo parlare della grandiosa esibizione di Sting. Gordon Sumner (questo è il suo vero nome) è apparso in una forma strepitosa, dialoga con il pubblico con poche frasi in italiano (esibendo anche una buona pronuncia), mostra un feeling che non sconfina mai nell’autocompiacimento della star e soprattutto non si risparmia. Mai. La band che lo supporta è a dir poco paurosa: Abe Laboriel Jr. alla batteria (tour con Paul McCartney nel 2003), lo storico Dominic Miller e Lyle Workman alle chitarre. E lui, Sting, al basso e alla voce che sempre incanta. Alta, pulita, squillante: forse la più bella voce in assoluto. La scaletta che propone l’artista per questo Cornetto Free Music napoletano è praticamente la stessa di Milano: generosa, storica, di livello molto alto. Si apre con un classico Police. “Message In A Bottle” non ha età, come sembra testimoniare il pubblico accorso a Napoli, fatto di adulti sì, ma anche giovani e giovanissimi. Che conoscono quella canzone. E anche quando si continua con “Synchronicity II” ci si lascia andare alle ritmiche ora rock, ora fusion e ora reggae del quartetto sul palco. “If I Ever Lose My Faith In You”, “Shape Of My Heart”, “Fields Of Gold”: ci sono tutti i più grossi successi solisti, che acquistano una veste molto calda e avvolgente, fedeli alle versioni originali eppure così vive e vibranti. E lo stesso dicasi della raffinatezza di “Englishman In New York” e degli umori soul di “Set Them Free”. La band si concede momenti strumentali arditi, tiratissimi e mai fuori luogo, dando un’impronta tremendamente rock all’intera performance. Sting è un artista molto eclettico e stavolta ha deciso di dare un energico scossone ai pezzi, non potendo fare diversamente perché il batterista Abe Laboriel Jr. è davvero una forza della natura. Braccia alzate al cielo per pestare quelle pelli e un microfono che gli consente anche di cimentarsi ai cori (con ottimi risultati tra le altre cose). Dopo l’immancabile “Roxanne” l’artista inglese va via due volte per poi tornare e proporre perle come “Desert Rose” e “Every Breath You Take”, cantata da un’intera piazza. E si chiude con l’atmosfera acustica di “Fragile”. Una ventina di pezzi per un concerto di livelli altissimi. E la sensazione di aver assistito a un pezzo di storia. In tutti i sensi (anche se ammettiamo che lo Sting cinquantacinquenne è decisamente più aitante di molti ventenni presenti al concerto: maglietta stretta, bretelle e un fisico asciutto. Complimenti, sarà lo yoga). Una chicca che l’artista ha regalato bisogna sottolinearla: a metà concerto si odono le note di una vera e propria perla: la cover di “A Day In The Life”; i Beatles li avrà nel cuore anche lui. Verso la mezza il Cornetto festival chiude i battenti. Nessuno più pensa (se mai ci ha pensato) a Skin o ai gelati che, nonostante siano stati chiesti manco fossero d’oro, non sono stati distribuiti tra il pubblico. Quello che resta è un grandissimo concerto di uno dei migliori musicisti al mondo. E questo basta.
Articolo del
26/06/2006 -
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