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Un nucleo di (socialmente trasversalissimi ed inquietanti) hooligans baustelliani. Al centro dell’arena, sottopalco. Attorno a loro, una folta corona di post-chic (?) amanti della musica disillusi, a curiosare con interesse. Ancora più intorno, concentricamente, piccole frotte fluttuanti ed entropiche di musicomici abbastanza allucinati. Questa la composizione stratificata – ad occhio – del buon pubblico che i Baustelle hanno raccolto lunedì scorso, all’arena estiva de La Palma, Roma. In un concerto che prima di loro ha visto salire sul palco – in orari impresentabili, tanto che chi scrive è sostanzialmente riuscito a cogliere solo i Baustelle e una parte degli Offlaga Disco Pax – Non Voglio Che Clara (sul palco dalle 20,40!), i già citati Offlaga e il gruppo di Montepulciano. Attenzione acrobatica, per il quintetto capitanato dal sempredandy Francesco Bianconi fenomeno dell’anno, nel senso che per farla star concentrata sulla pessima acustica (ovattata, sporca, voci impercettibili ed indecifrabili se non si era esattamente sotto al palco, fischi sparsi) ci voleva davvero uno spessore dal vivo che ancorasse l’orecchio. Spessore che – purtroppo, lo dico in tutta onestà – non c’è. Non so se non c’è ancora, o non ci sarà mai. Fatto sta che dal vivo i Baustelle suonano spompati ed insipidi. Anzi, comunicano una specifica ed ansiogena sensazione: quella dell’affanno esecutivo. Se nel bellissimo “La Malavita” i suoni sono taglienti, pungono, t’acchiappano e spiazzano, dal vivo le stesse canzoni sembrano soltanto un ricordo un po’ sfiancato di quel che hai riascoltato per l’ennesima volta arrivando sul posto nel tuo stereo. Sembra che la band fatichi a riprodurre il proprio repertorio (diverse le incursioni in “La Moda del Lento”) con il vigore e la precisione che una band con tre dischi alle spalle dovrebbe garantire. Al netto – e si fa grazia, da questo punto di vista – delle stonature ripetute che appaiono comunque via via andar limitandosi nel corso delle esibizioni. Insomma, un’ora dalla quale un po’ tutti – a parte gli hooligans - si aspettavano di più. Molto di più. Direi anzi: da cui tutti vorrebbero, esigerebbero di più. Per carità: senza dubbio c’è e rimane un piglio ammaliante, nelle composizioni dei Baustelle, in pezzi effettivamente tostissimi come “Il Corvo Joe” o “Canzone del Riformatorio” o nell’apporto della seducente Rachele Bastrenghi che lascia intravedere quello che è – non ne ho dubbi – il sostanzioso peso specifico dei Baustelle in studio. C’è però da lavorare a lungo per fare in modo che quelli che su disco sembrano i risolutori e vivacizzatori (attraverso vecchi ma strategicamente riassemblati pop tools) di una complicata stagione pop non brucino, dal vivo, buona parte del credito accordato loro con molta passione al momento di estrarre il disco dal lettore.
Articolo del
27/06/2006 -
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