|
Lo scenario entro il quale si svolge la nuova edizione estiva del Ronciglione Jazz Festival è decisamente rinnovato rispetto al passato. Non solo la piazza e i locali del centro storico fanno da cornice alla manifestazione, ma l’intero paese, col suo circondario di boschi e rilievi,e il parco comunale, le strade che si inerpicano verso i Cimini o che degradano verso le incantevoli rientranze, costeggiate di vegetazione, del lago di Vico… e già si respira aria d’estate, di calde e umide serate al chiaro di luna, di tranquille passeggiate sotto i lampioni e cene al ritmo di musica. Il parco comunale racchiude in sé un po’ tutto questo: ristorante, after hour, cocktail bar e ancora mostre, stand con prodotti tipici dell’artigianato e della gastronomia locale, incontri, jam session, seminari, clinic, tutti i giorni a partire dalle 18.30. E al centro un magnifico palco circondato da una serie di gradinate con posti a sedere, una sorta d’enorme falena al fondo di un declivio, una specie di teatro antico sotto il cielo stellato, prati e alberi secolari. In quest’atmosfera romantica, quasi svagata, all’improvviso verso le 10.00 viene annunciato, a sorpresa, il nome di Benny Golson e del suo quartetto, composto da Bobby Durham alla batteria, Massimo Faraò al piano e Aldo Zumino al contrabbasso. E la musica incomincia fra l’approvazione del pubblico e una ventata di applausi entusiasti. Innanzitutto una breve nota sui musicisti: Benny Golson è un artista, come sappiamo, eclettico. Col suo sax tenore si è esibito con Tadd Dameron, dal quale è stato profondamente influenzato, Lionel Hampton, Johnny Hodges, Earl Bostic, Art Farmer, Dizzy Gillespie e Art Blakey (con i suoi Jazz Messengers). Mentre frequentava la high school a Philadelphia ha conosciuto giovani talenti come John Coltrane, Red Garland, Philly Joe Jones e altri. Particolarmente interessante la sua produzione - come compositore e arrangiatore - nel campo degli spettacoli televisivi, degli standard e delle colonne sonore ("Ironsides", "M*A*S*H", e "L'uomo da sei millioni di dollari"). Infine, da ricordare l’importante contributo al film di Steven Spielberg “The Terminal”, storia di un clochard. Anche Bobby Durham non ha bisogno di presentazioni. Appartiene alla grande famiglia dei jazzisti di Filadelfia. La sua vita è costellata di successi e collaborazioni importanti. Ha suonato con Oscar Peterson e Duke Ellington e, successivamente, per ben 12 anni, nel trio di Ella Fitzgerald. Ma ha lavorato anche con Count Basie, Slide Hampton, Tommy Flanagan, Al Grey, e cantanti come Frank Sinatra, James Brown, Ray Charles, che gli hanno lasciato ampi spazi solistici. Uno stile misurato e brioso ad un tempo, che si destreggia abilmente fra swing, pop e soul. Massimo Faraò è uno dei più prestigiosi pianisti italiani, che vanta esperienze con alcuni dei nomi più importanti della scena jazz internazionale: Nat Adderley, Shawnn Monteiro e lo stesso Bobby Durham e ancora M. Urbani, P. Tonolo, G. Barz, A. Shepp, K. Burrell, ecc.. E’ lui fra l’altro l'ideatore e il direttore del Seminario Internazionale "We love jazz" che si tiene ogni anno a Ronciglione d’estate. Aldo Zunino infine è un contrabbassista di raro talento, vincitore nel 1992 del premio "AICS JAZZ", ha alle spalle un importante attività didattica e concertistica in vari paesi d’Europa: Francia (Le Mans), Germania (Leverkusen), Gran Bretagna, Svizzera (Lugano), Slovenia, Croazia, Spagna e naturalmente Italia (Umbria Jazz, Ivrea, Villa Celimontana, Genova Jazz, ecc.). Ha suonato con Ronnie Scott's, Benny Golson, Steve Grossman, Art Farmer, Jimmy Cobb, Tommy Flanagan e, fra gli italiani, con Enrico Rava. Ma veniamo al concerto. Si comincia alla grande, col sax di Golson perfettamente calibrato, mai eccessivo, scorrevole e melodico, il cui fraseggio sembra racchiudere una tranquillità senza tensioni, una discorsività senza enfasi, che la dice lunga sul grado di maturità stilistica ed espressiva raggiunto da questo artista nel corso della sua pluridecennale carriera, fatta di duro lavoro al fianco di grandi maestri. Una discorsività suadente, che a tratti prende per mano l’ascoltatore trasportandolo quasi all’interno di un film, di una colonna sonora. Durham, dal canto suo, si adatta alle “conversazioni” educate ed amichevoli di Golson in maniera molto elastica, con un accompagnamento frizzante e corposo, fantasioso e esuberante. Senza indecisioni, rende fluido il dialogo non sempre facile fra gli strumenti, che si dispongono secondo schemi ora alternati a “chiasmo”, ora discontinui, a “sincope”, battuta e risposta e successiva ripresa. Faraò è elegante, essenziale; Zumino compatto ed efficace. Il secondo brano è ispirato a Gillespie, il terzo “A beatiful love” è un gradevole standard che anticipa uno dei brani più famosi di Golson, “I remember Clifford”, dedicato al suo caro amico Clifford Brown, trombettista americano prematuramente scomparso in un incidente automobilistico, la cui morte ha profondamente rammaricato il giovane Golson. Improvvisamente la musica esplode, diventa contagiosa. Si alternano momenti di be-bop intenso e trascinante, alla Gillespie, in cui la batteria di Durham spicca per agilità, brio e fantasia, prendendo letteralmente il volo in alcune occasioni, a momenti d’uno swing essenziale e comunicativo, fino alla “sorpresa” di Durham che canta “I do”, affascinando e divertendo la platea con un ritmo molto soffice e cadenzato, ottenuto strofinando le spazzole sui rullanti: una interpretazione del tutto “particolare”. Non è la voce in sé a sorprenderci, ma il modo di articolare le frasi, i gesti, le parole, con stile arguto e delicata ironia. Ciò che fa la differenza è il personaggio, non la voce, l’unicità del timbro vocale, a volte sornione, a volte meditativo. Seguono un paio di standard, dovuti omaggi alla musica di Ellington e Art Blakey, nei quali Zunino e Faraò, anch’essi grandi musicisti, dimostrano tutta la loro abilità di sessionisti al fianco di grandi come Golson e Durham, e lo fanno avvicendandosi in duetti che soltanto un orecchio attento e smaliziato è in grado di comprendere, sullo sfondo di una musica sempre energica e tuttavia elegante. Il piano di Faraò costruisce lente progressioni melodiche che sfociano in contrapposizioni di accordi e assonanze modulari, mentre il contrabbasso di Zunino è come una corda che annoda fra loro le diverse parti del discorso musicale, armonizzando gli strumenti su di un “basso continuo” solido e riempitivo. Ma è verso la fine del concerto che la lezione di Davis e Coltrane viene esibita in tutta la sua profondità ed efficacia, allorché il sax ed il drum iniziano un duetto che culmina in un assolo di batteria di Durham, per finire in un’eccezionale dimostrazione di virtuosismo da parte di Golson, sostenuto da Durham, che ricorda, per analogia e intensità di esecuzione, l’incredibile suite “The Magic of Juju” di Archie Shepp, con la differenza che in questo caso il sax viene utilizzato in chiave “ritmica”, non è teso e urlante come quello di Shepp, ma cronometrico, intuitivo, mentre la batteria di Durham non è arcaica e tribale, bensì estemporanea, timbrica. Vi si possono cogliere elementi di armonia e contrappunto, brevi trame musicali, vere e proprie sequenze elementari di note ottenute nient’altro che con l’intonazione e il ritmo dei tamburi. Una rivelazione! Ed infine, richiamati sul palco, fra le ovazioni scroscianti del pubblico entusiasta, i nostri si abbandonano allo scherzo, al divertimento ludico: Golson imbraccia il sax come un fucile e spara a Durham, che si finge dolorante e ferito, ed entrambi si salutano militarmente ridendo… A ricordarci che il jazz è vita, è arte. Non è possibile parlarne male, “stroncarlo” come si farebbe con un gruppo rock, un album deludente o un film mal riuscito. Il jazz non è scoop, non è pubblicità, non è marketing, non nasce da decisioni prese a tavolino: è scelta esistenziale, sacrificio e devozione, di quanti lo praticano e di quanti lo ascoltano. Ed è proprio questo il lato interessante del Ronciglione Jazz Festival: che mentre altre manifestazioni hanno aperto o hanno deciso di aprire alle “contaminazioni” (ad es. Sakamoto a Villa Celimontana, i Gotan Project ad Umbria Jazz), qui viene invece esibito il lato più genuino ed appassionato del jazz, quello della tradizione, di una musica per pochi amici, che fra una jam session, un seminario e una chiacchierata al bar, non ha mai perso e mai perderà la gioia di vivere e suonare.
Articolo del
28/06/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|