|
Tempo fa concludemmo la recensione del concerto romano dei visivamente impresentabili - benché compositivamente eccelsi - Arab Strap auspicando il ritorno di sane dosi di glamour e immaginazione in una scena musicale ultimamente troppo competente e tristanzuola. Ieri sera, con il live dei Flaming Lips, abbiamo avuto la nostra conferma e la nostra vendetta. Anche se, come afferma il noto proverbio “anglo”, “there is no such thing as a free lunch…”, ovvero il famoso gioco a somma zero peraltro smentito dalle teorie economiche, ma che in vari altri campi della vita vale ancora assai bene. Ma ci torneremo su in seguito. Ci vogliamo ora concentrare sulla grandiosa “prima” romana delle Labbra Fiammeggianti, che è stato introdotto dal set di supporto del quartetto chicagoano Ok Go, sorta di party-band che ci ha fatto ingannare l’attesa con lo zompettante power-pop radiofonico tratto dal recente esordio “Oh No” e che è culminato con l’esilarante “dance routine” in playback del singolo “A Million Ways To Be Cool”, pari pari a quella esibita nel grandioso clip “low-cost” che alcune tv di buona volontà programmano già da qualche tempo. E intanto Wayne Coyne, visibile fra le quinte, applaudiva i suoi pupilli e si sganasciava dalle risate: cosa rara – sottolineiamola – giacchè gli “headliners” durante i set dei gruppi di supporto, di solito sono ancora in albergo o al ristorante… Pochi minuti per preparare palco e ammennicoli vari, e i grandi Flaming Lips salivano a loro volta sul palco: Wayne Coyne – nella consueta tenuta in giacca e pantaloni chiari -, Steven Drozd e Michael Ivins ma non solo: ai loro fianchi c’è un drappello di alieni (che poi levatisi la maschera si riveleranno delle scatenate cheerleaders americane) e un gruppo di Babbi Natale. E poi c’è un tizio vestito da Superman e un altro da Capitan America… Coyne e sodali lanciano degli enormi palloni colorati, spruzzano coriandoli, si danno da fare con gli hand puppets e giocano con la microtelecamera nascosta nel microfono che ripropone su uno schermo il faccione del cantante…. E’ già una colossale baraonda che quando i Lips innestano “Race For The Prize” si trasforma in una grande festa di suoni e di colori. Sono 20 anni di onorata ed acclamata carriera condensati in una singola sera, con (ovvia e netta) prevalenza per la recente trilogia Bulletin / Yoshimi / Mystics, di una band che non deve più dimostrare nulla ma solo pensare a divertire e divertirsi. C’è tanta America profonda nello spettacolo dei Flaming Lips: Las Vegas, certo, ma anche molta tv trash e – chissà, forse, anche gli spettacoli dei “carnies” che giravano e che magari girano ancora per le piazze e gli slarghi dei paesi degli USA. Potrebbe essere raccapricciante, ed invece funziona tutto alla perfezione, “fun for fun’s sake”, naturalmente, filtrato com’è dalla penetrante ironia di Coyne e dei Flaming Lips. Che, non dimentichiamolo, possiedono anche un repertorio da paura: l’heavy moderno di “Free Radicals”, seguito dal lirismo pinkfloydiano della saga di “Yoshimi”, che sfocia nel suo equivalente di “…Mystics”, “Vein Of Stars”. Particolarmente efficaci “The Yeah Yeah Yeah Song”, cantata all’unisono dai Lips e dal pubblico (nonché da aliene, babbi natale, supermen etc.) e “The W.A.N.D.” che porta la band a rockare con un piglio da Black Sabbath post-moderni. Unica concessione al passato: la riproposizione di “She Don’t Use Jelly”, il (popolarissimo, specie con il popolo dei college) singolo che intorno alla metà degli anni ’90 tenne in vita la band quando era ad un passo dall’implodere. I Lips si congedano dopo una versione parecchio confusa e abborracciata della altrimenti toccante “Do You Realize?” per poi tornare per il primo bis con le note intense – e le liriche sublimi - di “A Spoonful Weighs A Ton”, accompagnate sul megaschermo dalle immagini dei TeleTubbies, scelta che a ore di distanza ci fa ancora ghignare e perfetta sintesi della meravigliosa filosofia pseudo-naif di Wayne Coyne e soci. Esplosivo finale – stranamente anti-ironico – con il ri-bis in cui i Lips propongono la cover di “War Pigs” dei riscoperti (da loro) Black Sabbath. Grande show, quindi, con la sola pecca che le visuals e gli effetti speciali hanno, in qualche modo, operato una certa sottrazione rispetto alla musica. E con la conferma che la voce di Wayne Coyne, già di per sé fragilina su disco, dal vivo mostra tutti i limiti che si sospettavano. Pazienza. E comunque, poi, “The Yeah Yeah Yeah Song” ce la siamo cantata da soli. Siamo stati quasi fisicamente aggrediti, sulla via del ritorno, da due cheerleaders aliene un po’ brille (con accompagnatore muscolato, purtroppo) che non sapendo come tornare alla civiltà ci si sono introdotte di forza in macchina; e così il tragitto è stato tutto uno “yeah yeah yeah yeah yeah…” alcolicamente sguaiato…. Fino a Fontana di Trevi…
Articolo del
03/07/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|