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Non so quanti ricordano una sera di venticinque anni fa davanti a Castel Sant’Angelo ad aspettare l’inizio del concerto dei Roxy Music e dei King Crimson, per un evento che si annunciava imperdibile e che invece venne annullato per motivi tecnici. Molto tempo è passato da allora, i King Crimson sono tornati più volte, i Roxy Music invece mai. Tanta attesa trova finalmente soddisfazione all’Auditorium in una calda notte d’estate romana, con il ritorno di quello che resta il nucleo centrale della formazione, composto da Bryan Ferry, piano e voce, da Phil Manzanera, chitarra solista e da Andy MacKay, ai fiati, con il contributo di Andy Newmark alla batteria e con una serie di giovani musicisti a supportare la sezione ritmica. Si comincia con il rock and roll tipicamente “dandy”, anticonformista e bizzarro, di “Re-Make Re-Model” e di “Virginia Plain”, le atmosfere soffuse e la voce particolarmente calda e suadente di Bryan Ferry su “Ladytron” introducono il tema dominante della serata, quello del continuo intreccio fra la chitarra di Manzanera e il sax di MacKay, entrambi strumenti solisti, che si rincorrono lungo linee armoniche estese all’infinito e danno vita ad un effluvio incessante di emozioni. E’ un tributo alla scena del rock progressivo inglese dei primi anni settanta, a quelle sue ansie sperimentali che però ben convivevano con una giusta impronta melodica. Con l’esecuzione di “Oh Yeah”, si passa invece ai Roxy Music degli anni Ottanta, che combinavano gli stilemi del Rock e del Soul con una “dance music” raffinata e sapiente. Il pubblico sembra gradire, in molti si dondolano all’ascolto di quei suoni, li accompagnano, e si lasciano trasportare dall’onda melodiosa dei ricordi. Su “The Bogus Man” le cadenze tipiche del rock and roll vengono rallentate ad arte per fare spazio ad una sorta di cabaret elettrico, oscuro e pulsante. Ma torna ben presto il sereno con l’esecuzione di una lunga versione di “My Only Love”, in cui Bryan Ferry offre il meglio di se stesso e si rivela, malgrado l’età, carismatico e affascinante come nessuno. Il ritmo frenetico e il sax ossessivo di “Both Ends Burning” sono un’iniezione di energia, subito dopo però le note decadenti e perverse di “In Every Dream Home A Heartache” ci mostrano l’altra faccia dei Roxy Music, quella più elettronica e sperimentale, quella che narra di un amore fra un uomo ed una bambola gonfiabile, creduta donna ideale forse, ma poi delude, ma poi finisce, ma poi si sgonfia, e il lacerante assolo di chitarra di Phil Manzanera si infrange contro le residue speranze di amore evocate dal canto sofferto di Bryan Ferry. E’ il momento di due “rock ballads” morbide ed avvolgenti come “Avalon” e “More Than This” che hanno fatto la storia e determinato il successo commerciale della band, mentre il pubblico naviga nel delirio più assoluto e non nasconde gioia e trasporto. Non poteva mancare la “cover” di “Jealous Guy”, un tributo alla memoria di John Lennon, e il concerto si chiude con il rock and roll divertito ed irriverente di “Editions Of You” e di “Do The Strand”, entrambe tratte da “For Your Pleasure” del 1973, due brani che richiamano certi approcci “glam”, all’epoca tipici della band. Acclamati a gran voce dal pubblico i Roxy Music tornano sul palco per il tempo strettamente necessario ad eseguire una versione fantastica di “Love Is The Drug” e salutare tutti con affetto, in ricordo di una stagione vissuta con grande euforia e voglia di sperimentare, che anche nella musica ha lasciato un segno da cui è impossibile prescindere.
Articolo del
21/07/2006 -
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