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Marcus Miller è il più grande bassista del mondo. Potente, completo, perfetto. Un’ora e mezza di un suo concerto ti lascia infatti con la giusta mistura emotiva di chi ha assistito a novanta minuti di delirio musicale, di tripudio dello slap ma anche con l’amaro di una scaletta che – comunque la si fosse strutturata – sarebbe risultata sempre e comunque “scarna”. Capiamoci: con oltre cinquecento (ma chissà qual è davvero il numero effettivo) fra produzioni, partecipazioni e dischi personali, con oltre venti anni di carriera a livelli stellari, mettere insieme una decina di pezzi che soddisfino l’eterogeneo pubblico che accorre alle sue serate venerandolo ai livelli di una rock-star (posso testimoniarlo di persona, avendo rimediato un paio di gomitate al fegato per guadagnarmi un autografo con dedica) diventa impresa sovrumana. Ad ogni modo, ieri sera a Villa Celimontana il fantastico sestetto di Miller – su tutti il paffuto batterista Poogie Bell, già visto con altri artisti fra cui Victor Bailey, e l’armonicista Gregoire Maret, che il suo strumento lo fa volare – ha mostrato un rodaggio assolutamente impeccabile. Il bassista newyorkese, col suo Fender Jazz indossato come fosse un innocuo ma spietato kalashnikov del suono, e con quei cinque elementi – il bravo Keith Anderson al sax, Patches Stewart alla tromba e Bobby Sparks alle tastiere: ad eccezione di Maret, una totally nigger band – fa davvero quel che vuole. Dire trasversale è un eufemismo, dire perfetto è riduttivo, dire che il suono che esce dai suoi bassi è affilato e metallico come l’arnese che usano i macellai per spezzare la testa ai conigli è solo uno dei tanti cliché che si tirano in ballo quando le parole per commentare non bastano proprio. "Accipicchia, che anima Beethoven! Avrebbe solo bisogno di una batteria, di ritmo": uno che se ne esce con pensieri del genere, d’altronde, può permettersi di tutto: da “Boogie On Reggae Woman” di Stevie Wonder, contenuta nell’ultimo, tostissimo “Silver Rain” abbastanza gettonato durante il concerto, alla rockeggiante e trascinante “Frankenstein”. Passando per l’esperimento di mixing fra opera e jazz col tenore Kenn Hicks, un tizio gigantesco a quanto pare molto noto negli Usa (insegna a gente come la Lopez ed altre cantanti pop) per il quale Miller ha prodotto un disco. Reazione del pubblico a metà strada fra lo stupito, il divertito e l’esaltato. All’inizio e alla fine, però, Miller ha piazzato due dei gioielli che resteranno per sempre nella storia del jazz-rock – non c’è esperimento che tenga: la dolcissima “Jean Pierre”, dalla melodia inconfondibile ed esaltante, e la notturna e straziante “Tutu”. Qualsiasi cosa scrivessi su questi due pezzi è superflua. D’altronde aver militato nel gruppo di Miles Davis nell’ultimo periodo (’81-’82) ed aver collaborato a “Music from Siesta” e “Tutu” resta per Marcus Miller un’impronta indelebile. La strada che sviluppa da anni, infatti, parte comunque da lì e si snoda in quella direzione (a parte “Tales”, nel ‘94): da una spinta propulsiva del jazz-rock in più direzioni: da quelle che sfiorano il rock a quelle più propriamente jazz, dalle collaborazioni coi grandi artisti pop alle misture operistiche fino alla fusion propriamente intesa (cosa sia esattamente la fusion, poi, è questione indefinibile). Ha ancora tantissimo da donarci, Miller. Intanto chi non c’era ieri sera ha perso una pillola esplosiva della sua inimitabile arte. A metà strada fra macchina da guerra sonora ed ispirazione divina.
Articolo del
22/07/2006 -
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