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I Baustelle hanno appena finito di suonare qui al Neapolis. Fa caldo, sono le 20, Francesco indossa con molto stile un cappello di paglia molto vintage e si prepara per le interviste nel backstage. La nostra però è più lunga così decidiamo di concedergli gli spazi giusti per mangiare e ci diamo appuntamento in albergo qualche ora dopo per una chiacchierata.
Ciao Francesco. È un piacere conoscerti. Com’è andata l’esibizione qui a Napoli? Ma guarda, è stato un po’ strano, ci sono stati dei problemi, non so, forse per l’umidità. Il soundcheck di oggi era perfetto, c’era un suono fantastico. Poi stasera credo che il nostro fonico abbia avuto dei problemi. Nei festival spesso provi a regolare i suoni in poco tempo e a volte capita. Stasera si sentiva male da fuori. Di cosa si nutre la tua ispirazione nei suoi vari livelli? Si nutre di tante cose. Personalmente scrivo i testi in modo molto automatico perché credo che lo scrivere sia una cosa abbastanza magica e misteriosa, alla fine le cose che ti piacciono e di cui ti nutri anche nella vita quotidiana entrano inconsciamente anche nella musica che fai. Hai vissuto la crisi post laurea? Beh, l’ho vissuta anche io perché in genere dopo la laurea c’è sempre un modo di pensare del tipo “ora che mi sono laureato mi riposo un attimo prima di cercare un lavoro”. Questa pausa di riposo rischia di durare sempre troppo ed è successo anche a me, che non riuscivo a trovare un lavoro almeno fino a quando non mi sono trasferito a Milano per lavorare come redattore. Lì avevo anche uno stipendio. Recentemente su Ebay “Il Sussidiario” è stato venduto a 99 euro. Quando pensate che verrà ristampato e reso più disponibile per un mercato che lo richiede? Non ci credo…ma davvero? Penso che dall’autunno prossimo daremo la licenza alla Warner che lo ristamperà in modo più ufficiale, anche se proprio in questi giorni stiamo pensando di stamparcene delle copie per conto nostro e di venderle ai nostri concerti. ”Il Sussidiario” è un disco ruspante ma registrato in modo non impeccabile. Come sono andate le cose? Quel disco non è stato registrato a click. Batteria e basso sono stati registrati insieme, anzi, per essere precisi la grossa parte del disco è stata registrata live suonando tutti insieme contemporaneamente. Poi abbiamo lasciato solo batteria e basso e su questa sezione ritmica abbiamo risuonato le chitarre, le tastiere e le voci. A che tipo di cinema sei legato, se dovessi solo menzionarne uno? Se dovessi scegliere direi il cinema italiano degli anni 60. Sono un grande appassionato della commedia all’italiana, un genere in cui includo anche delle cose di Fellini. Uno dei tuoi punti di riferimento è Jarvis Cocker. Come mai lui? Ma sai, più che un punto di riferimento direi che mi sono piaciuti molto i Pulp per un certo periodo di tempo, a molti di noi e non solo a me. Lo incontrai per caso a Londra al concerto di Richard Hawley, mi pare a Settembre scorso. E Richard Ashcroft? Diciamolo che nel video di Love Affairs sei uguale. Ma in realtà la cosa non era voluta anche se lui mi piace e soprattutto mi piaceva il disco dei Verve del 1997, quello con cui sono diventati famosi. Molto probabilmente all’epoca avevo voglia di portare i capelli lunghi e sai, quando sei a tuo agio con il tuo aspetto tendi a mantenerlo anche dopo. Cosa avevi in mente quando sono nati i Baustelle e cosa ti ritrovi dopo tre dischi e un percorso da indie e major? Quando sono nati i Baustelle c’era voglia di suonare canzoni che fossero comunque ispirate al periodo in cui anche le cosiddette canzonette erano più complesse. Ti spiego meglio. Secondo me, e anche secondo gli altri Baustelle, il pop ha vissuto un periodo (gli anni 60) in cui anche quella musica commerciale aveva delle cose elaborate a livello di soluzioni sonore e di arrangiamento. Se ascolti Mina magari ci ritrovi l’arrangiamento di Ennio Morricone ed erano delle cose molto interessanti. Noi siamo partiti con lo spirito di ricreare quella vena compositiva lì, nonostante dagli anni Ottanta in poi si sia assistito a un appiattimento generale che ha portato verso canoni molto meno creativi. Ecco, quella credo sia rimasto abbastanza inalterata, la voglia di suonare canzoni che non riusciamo a sentire alla radio. Se c’è uno spartiacque nella storia dei Baustelle sai dirmi qual è? Non credo sia il contratto con la Warner...forse la dipartita di Fabrizio? Non credo, probabilmente se si deve parlare di spartiacque dobbiamo far riferimento, con “La Moda Del Lento”, all’esposizione massiccia dei video di Love Affairs e Arriva Lo Ye-Yè. Furono passati da MTV anche in orari diurni e fu per noi una sorprendente emozione perché erano autoprodotti e di fatto ce li siamo pagati noi. È andata bene e da lì molta più gente si è accorta di noi e della nostra musica. Nei forum dedicati ai Baustelle e tra i fan si fa spesso riferimento alla esagerata timidezza di Bianconi. Spesso dicono che non tieni il palco, che canti male perché ti emozioni e che non ti sei ancora abituato al successo. Tu come la vedi? Ti hanno idealizzato? Beh per essere timido sono timido e l’esposizione sul palco a volte può accentuare la mia timidezza. Per quanto riguarda la voce, magari non sono un cantante dotato di grandissima tecnica, ci sono canzoni che canto meglio e altre che a volte possono venire meno bene. Questo è normale, io ti posso dire che ho visto gente come Franz Ferdinand e Blur e credimi, anche lì non è che ci sia questa grandissima tecnica, anzi. Forse i fans non ricordano i concerti del periodo del Sussidiario.. credo che alla fine la questione della tecnica sia una semplice paranoia e basta. Come ti senti al Festivalbar tra gente come Finley, Zero Assoluto e Francesco? Mi sento abbastanza fuori luogo però mi piace esserlo lì. Credo che alla fine se al Festivalbar ci sono i Baustelle io sono contento, se mi potessi estraniare da me e vedessi per esempio Morgan che va lì sarei contento perché mi piace. E poi c’è soddisfazione vedere che portiamo qualcosa di nuovo nel panorama italiano, credo che sia cosa buona per la musica italiana il fatto che chi ascolta il Festivalbar ascolti qualcosa di spiazzante, di diverso, che magari lo possa far appassionare anche ad altre cose. C’è stato un momento in cui hai pensato per davvero che la musica fosse una strada da accantonare? Si, molte volte. A Milano quando mi sono trasferito per fare il redattore stavo male, ho avuto problemi di ambientamento ed è stata dura resistere. Ma ci sono stati periodi anche peggiori, per esempio quello prima di spostarmi lì, quando non avevo trovato ancora un lavoro e dovevo scegliere se fare il musicista oppure no . E ci pensi, dici “ma che vuoi che succeda con i Baustelle, non so se ci potrò campare”. E fortunatamente sto qui a raccontarti questo episodio, vuol dire che una cosa buona nella vita l’ho combinata, lo posso dire tranquillamente e anche mia mamma ora l’ha capito! I personaggi della “Malavita” sono tutti degli outsider. A vita bassa mi sembra una canzone esemplare del degrado culturale che stiamo vivendo. Si, la nostra società è fortemente centrata sui media per cui chi non si adegua ai modelli diviene automaticamente un mostro, una scoria generata dal sistema. A vita bassa è una canzone sull’omologazione e sulla poca speranza che i ragazzi di questo determinato periodo storico vivono ed è basata su un articolo dello scrittore romano Marco Lodoli che ho letto sul giornale LaRepubblica. Le cose che lui diceva nell’articolo mi hanno colpito profondamente perché trovo che siano lucidamente e tragicamente vere. Cosa hanno da dire i Baustelle in un’epoca in tutti conoscono il proprio quarto d’ora di celebrità? Non ho un messaggio. Bob Dylan aveva ragione quando diceva che le canzoni sono dei messaggi ma ognuno li recepisce come vuole. C’è stato un periodo in cui probabilmente era anche infastidito dai media che lo volevano fare rientrare a forza in una categoria politica. In parte è vero, non so nemmeno io qual è il mio messaggio, anzi mi fa anche paura il fatto di averne uno mio preciso e determinato perché mi sa tanto di certa retorica fanfarona, come se qualcuno volesse insegnare qualcosa al mondo. La musica esiste perché si nutre di urgenze che dovrebbero essere spontanee per natura ma se già sul nascere vengono caricate di una valenza politica o retorica allora la musica perde gran parte della sua potenza. Le canzoni più belle sono quelle che paradossalmente non parlano di nessun partito politico: Blowin’ In The Wind, per tornare a Bob Dylan, può essere letta come una canzone politica ma anche come una specie di piccolo trattato filosofico sul senso dell’uomo, a me personalmente piace questo tipo di approccio. Io scrivo canzoni che rappresentano la mia coscienza, poi spero che qualcuno possa coglierle e dargli anche un significato che non sia quello di partenza. Guardando il calendario di impegni vedo un programma fittissimo. Come mai tutte queste date? Noi abbiamo sempre suonato poco, ora che abbiamo la possibilità abbiamo deciso di fare questa scelta più rock’n’roll di girare molto per farci un po’ le ossa. Magari dal prossimo disco faremo meno date ma magari in posti più adatti pensando anche a una scenografia. Secondo me ne abbiamo bisogno perché giriamo abbastanza brutalmente senza una produzione dietro, con il tour manager e tre tecnici. Senti qualcuno vicino ai Baustelle in ambito italiano e straniero? Guarda, mi piacciono cose molto diverse che spiritualmente sento vicine a noi. A quest’ora ne dimentico sicuro tanti ma potrei farti il nome di Morgan, Perturbazione, Afterhours, Flaming Lips… Prossimo singolo? Potrebbe essere “Sergio” ma anche “Revolver” o “il Corvo Joe”. Ma paradossalmente potrebbe anche non esserci nessun singolo per guadagnare tempo e metterci al lavoro sul materiale del nuovo disco. Le canzoni dei Baustelle hanno una raffinatissima sensibilità pop, nell’accezione nobile del termine. Mi dici qualche canzone, inglese e italiana, che avresti voluto scrivere? Beh, tra quelle italiane mi sarebbe piaciuto scrivere sicuramente “Il Cielo in una stanza” e “Se telefonando”, impeccabili per semplicità e raffinatezza. Tra quelle inglesi un bel po’.. un sacco di canzoni dei Beatles, quasi tutte quelle di Lennon ma anche quelle di McCartney. E poi tutto il disco banana dei Velvet Underground, un bel po’ di canzoni di Lou Reed e del Bob Dylan degli anni Sessanta e “God Only Knows” dei Beach Boys perché credo che Brian Wilson sia un grande scrittore di canzoni. Ti dirò, anche Syd Barrett mi ha influenzato parecchio quando ero un ragazzo e mi apprestavo a scrivere canzoni, mi affascinava la sua follia creativa e ora che se ne è andato è stato molto emozionante per me cantare un suo pezzo, “Long Gone”, ad Arezzo assieme ai Verdena che mi hanno invitato sul palco. Sei stato gentilissimo Francesco. Ci vediamo in giro per l’Italia. Grazie, ci vediamo presto, vado a dormire perché sono stanchissimo e domani partiamo per L’Aquila.
Articolo del
29/07/2006 -
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