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Sorta di folletto boschivo – avete presenti quelli buoni, che un momento sono su un comignolo e il momento dopo dentro il tronco di un albero, ma che possono tirare qualche scherzetto maligno? – Matthew Herbert, l'alchimista dell’elettronica contemporanea (altro che Aphex Twin, questo è proprio matto) ha riservato al pubblico romano dell’Auditorium, ieri sera, appena un’ora di musica. Secca. Pulita. Perfetta. Niente più, niente meno. Appena una ciliegia rossissima, dunque, da staccare e gustare in fretta. Ma che racchiude tutta la complessità del genio della club culture, a partire dal profondissimo amore per il jazz ed il funk. Che credo lo stia portando davvero su sponde quantomeno distanti rispetto ai primi lavori. Tanto che quei sei/sette pezzi che riesce a “suonare” con la sua “orchestrina” di sette elementi sono, più o meno, tutti strutturati alla stessa maniera: Herbert (Doctor Rockit? Wishmountain? Transformer? Radio Boy? Si sa neanche come chiamarlo, santiddio…) monta, armeggiando come un folle fra campionatore e laptop infagottato da una specie di palandrana arancione accoppiata a pantalone nero, un tappeto electro piuttosto particolare - magari ottenuto campionando al momento il suono di una bottiglia schiacciata o il coro del pubblico, o (è vero, lo ha fatto in “Bodily Funcions”, in passato) i rutti di qualcuno. Tappeto che a primo impatto sembra senza capo né coda – intrigante, seducente ma fine a se stesso. E invece, manipolato in un batter d’occhio con accelerazioni e distorsioni e sposato alla ritmica possente e fluida di Leo Taylor, a tratti decisamente house, ed un cantato eccellente, diventa ciascuno una sorta di micro opera musical-funk, fusion-dance. Ecco: dalla sua prospettiva – questo è chiaro –, quindi partendo da una intelligent dance music confezionata principalmente per mezzo di bislacchi microsamples e casse pulsanti, Matthew Herbert fa nientemeno quel che i jazzisti fanno approcciando al funk, al rock, al soul: fusion. Lui, volteggiando sul palco – ricordate il signor Martini di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”? Bene: è lui, comico e drammatico al contempo – miscela senza troppi timori (dal Sonar è finito a suonare a Montreux, al Centre Pompidou e al Blue Note di Tokio) tappeti estratti da generi distantissimi fra loro. Finendo con l’improvvisare a sua volta servendosi dei campioni caricati. Dice: lo fanno tanti. Manco per sogno: Matthew Herbert non mette assieme “spunti”, “echi”, “sfumature”. Ma quali echi, quali retroterra, quali "reminescenze". Herbert monta su più livelli tappeti sonori appartenenti a jazz, swing, dance (quindi house), soul e funk; ma li sovrappone ed intreccia per intero, dando spazio al beat serrato come all’improvvisazione dei fiati di Peter Wraight e Ben Castle, così come alle voci tripudianti di Valerie Etienne e Neil Thomas, finendo col cucinare una gustosa millefoglie sonora che sfiora il casino sonoro ed invece si rivela essere, senza troppi problemi, una delle forme più apprezzate e riuscite di raffinato pop contemporaneo.
Articolo del
23/07/2006 -
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