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Un movimento costante, inarrestabile, (potremmo quasi definirlo monologo interiore) ma c’è la musica di mezzo, quella musica che ti trascina con sé quasi a toglierti il respiro. Così ha avuto inizio lo spettacolo dei Massive Attack. Brano inedito. Un lento cammino – gradino per gradino – che si veniva confondendo tra i vari brani proposti dalla band di Bristol. Sulla scia del Wild Bunch, nucleo embrionale della futura post-rock vibration, i Massive continuano a cimentarsi coi semi delle loro radici hip hop, specialmente nel loro riproporre una (standard) Karmacoma. Sembra quasi difficile distinguere le tracce l’una dall’altra, perché legate tra loro come ad un filo comune, a ripercorrere lo scenario dalle sonorità trip pop che si diramano in digressioni reggae, punk e soul. Una sensazione che crea un effetto a volte straniante: siamo abituati a lasciarci trascinare come api verso il miele dai grandi e vetusti nomi rock. Ed invece eccoci lasciati allo sbaraglio: uno sciame di persone senza una sedia ed un Martini Dry al tavolino. Melodie lente, a volte trasognate, davano la sensazione di mal adattarsi ad un ambiente esteso quale l’ippodromo di Capannelle. In fin dei conti si tratta di musica dai contorni soffusi, che crea attorno a sé un’aurea di riservatezza, e non l’enfasi empatica di un concerto rock. Inevitabilmente ha dominato Mezzanine che ha spopolato con Teardrops, Black Milk, Intertia Creeps e così via per tre quarti del concerto. Evidentemente sono andati sul sicuro, con conseguente successo. Eccezionale l’esecuzione di Angel, travolgente, passionale, in parole povere un gioiellino in un pugno di note. Non poteva inoltre mancare qualche accenno a Blue Lines: Safe From Harm. Del resto accompagnata da un susseguirsi di lettere contro-la-guerra: Iraqi civilians killed: 90.000; Cost of iraqi war to U.S. tax payer: $ 275 billion. Lo scorrere delle cifre impressionanti di morti e feriti dava la netta sensazione di un connubio war-economy, riecheggiando le atmosfere frenetiche post-capitalistiche della borsa internazionale, ironia della sorte del perdersi nel marasma insignificante di cifre, fin troppo dimentichi che si sta parlando di esseri umani. E che dire dei ripetuti ritornelli degli ormai usurpati White Stripes a dare cornice al quadro felice di Italia campione del mondo. E così al termine del concerto ecco giungerci Group Four, con dedica niente popò di meno che a Cannavaro. Rimane il fatto che ieri sera al Roma Rock festival i Massive Attack (tralasciando qualche breve parentesi politico-calcistica-umanitaria) hanno parlato esclusivamente di musica, una di quelle musiche inserite interamente in una logica dell’essere individualista, in una perenne tautologia di rimandi e ripetizioni, con un sound gremito di blandi echi rock - in netto contrasto con la delicatezza delle voci femminili. Così a conclusione del concerto è rimasta la polvere di una melodia che agli occhi dei ritmi odierni appare quasi classicheggiante, ma capace ancora di riproporre un’ambigua polivalenza di senso dell’essere-nel-mondo post-modernista, affievolendosi con qualche urlo stridulo di un dolce accordo tribale - a ricordarci che siamo tutti figli della stessa terra.
Articolo del
26/07/2006 -
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