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Ad un anno di distanza dal concerto gratuito di Piazza di Siena, disturbato dalla pioggia, Francesco De Gregori torna ad esibirsi a Roma che mette a sua disposizione un altro scenario incantevole, quello del Teatro Romano di Ostia Antica. Roma è la sua città, e allora famiglie intere e generazioni diverse fra loro intraprendono fin dal tardo pomeriggio un riverente pellegrinaggio verso il mare per riempire la platea e le gradinate del Teatro ed accoglierlo con la benevolenza e la passione di sempre. Lo scenario che si presenta ai nostri occhi è quanto mai suggestivo, reca con sé qualcosa di magico, supporto ideale al repertorio morbido, raffinato ed intimista scelto per questa serata da De Gregori nell’ambito del suo “Calypsos” tour. “Avete voglia di ascoltare delle canzoni d’amore?” Il pubblico sembra spiazzato e risponde con un silenzio imbarazzante. “Forse allora non sapete più parlare d’amore?” insiste Francesco e via con “La Linea Della Vita” e la stupenda “Cardiologia”, due ballate pop-rock tratte da “Calypsos” il suo ultimo album. De Gregori riscopre tutta la sua vena poetica e canta di “amori passati ancora vivi nella mente, perché dell’amore non si butta niente” e commuove il pubblico presente, che sembra non volersi staccare più dal suo amato concittadino. Ed ecco che arrivano le note de “La Leva Calcistica Della Classe 1968” e il pensiero corre ad Agostino Di Bartolomei, il capitano della A.S. Roma nei primi anni Ottanta, uno che di certo “non aveva paura di tirare un calcio di rigore”. Ritmi avvolgenti e un gusto latino-americano accompagnano invece “L’Angelo”, una creatura soprannaturale certo, ma che “viene a sciogliere, non a legare”. Sulla stessa lunghezza d’onda un altro grande successo del passato come “Sotto Le Stelle del Messico A Trapanar” e più avanti ancora ricordiamo l’esecuzione di “Generale” contro tutte le guerre, con particolare riferimento a quanto sta accadendo adesso nel Libano, e poi di una versione apocalittica di “Titanic” sul drammatico affondamento dei miti della modernità e del progresso, quando non si conciliano con la natura dei sentimenti umani. Poco dopo De Gregori ricorda gli anni del Folk Studio e le note di “Niente Da Capire” e di “Alice” catturano gli ascoltatori in età adulta, ma non soltanto loro, perché sono in molti ad accompagnarlo al canto in una serata che sembra fatta apposta per lasciar spazio ai ricordi. E via ancora con “Il Bandito e il Campione” e quel “Girardengo” cantato a squarciagola dai presenti, che però lascia ben presto spazio alla dura denuncia de “L’Agnello di Dio”, un brano elettrico, un rock cattivo e spietato con chi spietato vuol essere nei confronti dei più deboli. Le note delicate di un pianoforte introducono l’immancabile omaggio a “La Donna Cannone”, una delle più belle poesie messe in forma di canzone da De Gregori, lacrimoni veri e pesanti scorrono lungo le guance di tante ragazze al momento di “Rimmel” e infine tutti riscoprono una identità comune al momento de “La Storia” che ci ricorda come siamo coinvolti in quanto sta succedendo adesso nel mondo, e che “nessuno si senta escluso!” Giusto il tempo di presentare il gruppo di musicisti che lo hanno accompagnato in concerto, Lucio Bardi e Paolo Giovenchi alle chitarre, Guido Guglielminetti al basso, Alessandro Valle alla “pedal steel guitar”, Alessandro Arianti alle tastiere e Alessandro Svampa alla batteria, e poi Francesco saluta il suo pubblico. Ma non può finire così! Lo richiamano tutti a gran voce, di prepotenza sul palco, lui non si fa pregare e ci regala una stupenda “Per le strade di Roma”, dal nuovo album, fatta di armonie nervose e di liriche che sembrano tratte da una poesia di Pasolini, che cantano “le lucciole sulla Salaria” in contrapposizione a “le zoccole di Via Frattina“. Resta solo il tempo per un’esecuzione corale e molto partecipata di “Bufalo Bill”, uno dei più noti successi di De Gregori, la serata scivola via in una notte stellata, illuminata da memorie antiche e soavi che soltanto questa musica, queste canzoni, potevano evocare.
Articolo del
28/07/2006 -
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