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Divertentissimo. Spassoso. Trasversale. E allo stesso tempo di enorme spessore. Grazie anche al fatto che Stefano Bollani prima prima che pluriforme e portentoso pianista è un ottimo compositore – lo dimostra il fatto che la sua musica attira sempre più gente e fa registrare il tutto esaurito ovunque. Perché è in grado di succhiare, senza timori, elementi dai generi più diversi, riorchestrandoli poi secondo la sua eclettica verve di teatrante ed intrattenitore, più che di jazzista tutto d’un pezzo come tradizione vorrebbe. E perché – davvero: è fantastico osservarlo mentre saltella sullo sgabello davanti al suo piano – ama guardare chi suona. Gode al decollo dell’assolo sinuoso, alla ritmica frizzante, allo stacco riuscito alla perfezione. In una parola: gode del divertimento e della “buona riuscita” degli altri. E uno così carica a doppia potenza chi gli sta intorno. E infatti se tenete conto che è circondato, nel suo nuovo ma in realtà rodatissimo quintetto “I Visionari”, da quattro musicisti già affermati e in formissima – Ferruccio Spinetti al contrabbasso, Mirko Guerrini al sax, Nico Gori a sax e clarinetto e Cristiano Calcagnile alla batteria – il concerto che ne è venuto fuori l’altra sera, a Villa Celimontana a Roma, non poteva che essere una summa scatenata del “musical thought” bollaniano. Radicalmente catturato nel doppio disco uscito nello scorso marzo, ultima tappa in ordine di tempo di un percorso iniziato almeno con“L’Orchestra del Titanic” e “Abbassa la tua radio”. Il loro impianto, come ovvio, è jazzistico. E nemmeno dei più “moderni” (idiosincratici della fusion: nessun timore!), ma un jazz (ormai!) classico legatissimo alla tradizione delle jam sessions, degli infiniti assoli, del bop insomma. Ma a questo scheletro, che di per sé sarebbe già esaltante, l’estro di Bollani innesta – come un pazzoide chirurgo sonoro – assortite strutture estratte altrove. C’è poco da fare: a Bollani serve davvero carta bianca, e zitti ad ascoltare. Dalla canzone popolare (“Mamma mia dammi cento lire”, cantata con Petra Magoniospite a sorpresa) alla tradizione classica (le tre “Visioni” incise sul disco, solo due dal vivo) passando per marce e marcette, omaggi brasiliani, canzone d’autore, tirate più jazzintegraliste. Insomma: una patchanka di elementi che Bollani, da bandleader aperto e però attentissimo tanto da dirigere con mani, sguardi e gesti la sua band, ha rimontato dal vivo come una sequenza di piccole, stimolanti e saltellanti sinfoniette jazz. Arricchite dal suo arrembante gioco ai tasti e da un semplice, ma fondamentale elemento: la digestione. Si, perché si sente che quanto riassemblato durante il live è profondamento “suo”. Ogni cosa che suona gli appartiene tanto quanto la tradizione più strettamente jazz. Nulla resta fuori, nessuna sfumatura vale meno delle altre: persino un divertissement qual è “Sardità” (allegra presa per il culo di Paolo Fresu) fa la sua parte, diventa funzionale al progetto visionario. Sul palco anche l’eccellente e storico flautista italiano, Nicola Stilo, accorso per l’occasione. Insomma, poco da aggiungere perché quando si parla di un progetto come quello dei Visionari si rischia di usare sempre le stesse trite formule. Bisogna ascoltarlo. Meglio se dal vivo.
Articolo del
30/07/2006 -
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