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Quest’anno la pioggia ci ha provato. È stata insistente nel presentarsi con estrema puntualità all’inizio di ognuna delle tre serate di questo Festival del Pollino, tenutosi a San Severino Lucano. E nonostante questo sono stati staccati oltre tremila biglietti, a testimonianza della crescente stabilità del festival lucano e del richiamo che ha per tantissimi ragazzi. È stato un festival strano, caratterizzato da un buon clima durante la giornata e da un freddo pungente e da una pioggia che pesa soprattutto sulla prima serata, terminata alle 22 e 30 e incapace di presentare al pubblico la band di Giuliano Palma e i Mad Professor, provenienza UK. Giusto il tempo di ammirare le ritmiche afro americane de La Zurda, band argentina che mescola rock, reggae e musica folk, e degli Smoke, altra band che fa del crossover etnico la propria cifra stilistica; serata all’insegna della Giamaica e della spensieratezza nonostante un diluvio degno di nota. La prima serata passa così. Il giorno dopo le cose vanno decisamente meglio quanto a clima atmosferico (nel senso che c’è comunque un clima freddissimo ma almeno non piove, se non per pochissimo). Serata dai contorni politici e fortemente contestatrice, dal momento che la parte centrale dello spettacolo è affidata a gente come Luca “Zulù” Persico (ex 99 Posse) e Bisca. Ad aprire le danze prima di loro è una buona rock band di Matera giunta seconda alle selezioni finali lucane di Arezzo Wave: la band in questione si chiama Buonemaniere e tenta una strada fatta di rock fortemente melodico in alcuni casi e altrettanto sperimentale e vicino al crossover dall’altra. Poi la parte centrale menzionata prima, con O’ Zulù che propone storie ai margini e attacchi al sistema e i Bisca che dal vivo esibiscono una dimensione molto rock e addirittura fusion grazie alle evoluzioni del sassofono. E finalmente il primo headliner del Festival: per quasi due ore la Bandabardò intrattiene un campo sportivo del Pollino completamente riempito e si capisce che tantissimi ragazzi sono lì in delirio proprio per la band fiorentina. È come assistere a una festa di piazza: tutti ballano, si scatenano e pogano al ritmo variegato della banda. Rock, folk, simpatia e dialogo con il pubblico sono le carte vincenti di questo concerto, anche se forse la migliore caratteristica è l’ottima preparazione tecnica che la Bandabardò sfoggia durante tutta l’esibizione, terminata verso l’una e trenta. Insomma, ampiamente ripagati dalla seconda serata, nessuno più pensa al giorno precedente. Forti delle belle sensazioni ricevute, ci avviamo per l’ultima sera al campo sportivo. Poca gente, sembrava quasi che la Bandabardò fosse l’unica attrazione del festival. E invece pian piano si riempie anche questa serata, di persone ed emozioni, grazie alla dimensione decisamente più rock che pervade la chiusura del Pollino. Aprono la serata i Bandog, band che alterna rock duro a momenti molto vicini a un certo teatro sperimentale con tanto di cantante-mimo sul palco, e prosegue l’italo belga Nathalie. Una cantautrice che si esibisce sul palco da sola, munita solo di chitarra acustica e pianoforte e capace di emozionare con i suoi brani disperatamente intensi e ispirati, figli di poeti decadenti come PJ Harvey e Jeff Buckely. C’è da dire che queste due prime esibizioni prendono veramente poco tempo, facendoci arrivare presto alle 22 e 30 in attesa dei Baustelle. Prima di loro però ci sono i Poppy’s Portrait, essenziale trio italiano che propone un rock dai contorni europei. Post rock, indie, shoegaze e noise: le frequenze su qui si muove questa band sono fortemente fissate. Forti del secondo EP (appena uscito), i Poppy’s Portrait esibiscono anche una vena sperimentale attraverso lunghi pezzi che in maniera psichedelica acquistano alla fine il senso di autentiche suite strumentali. Pollice alzato e via per la chiusura dei Baustelle, autentici stakanovisti e stoicamente in giro serrato per l’Italia da mesi. La band di Francesco Bianconi sfoggia un suono come non lo avevamo sentito al Neapolis; le canzoni ne acquistano in potenza ed espressività e le stesse voci di Francesco e Rachele si avvolgono tra di loro dando luogo ad impasti vocali davvero buoni. Un’ora e mezza abbondante per un repertorio che pesca in maniera indistinta dai tre dischi, dai successi recenti della Malavita fino agli esordi del Sussidiario. Alcuni pezzi sono riarrangiati in modo leggermente differente rispetto al disco (“Martina” ad esempio) ma lo show è davvero omogeneo e per nulla avaro di emozioni. I Baustelle hanno mostrato di aver guadagnato tantissimo da questo lungo tour quanto a resa e resistenza e verso l’una e trenta ci salutano chiudendo nel migliore dei modi il Festival del Pollino. Dopo esser andati a salutare la band nel backstage torniamo in albergo: c’è un comodo pullman che alle 7 parte dalla piazzetta di San Severino. Dopo quello, altri due cambi e siamo a casa, lontani dal freddo pungente.
Articolo del
09/08/2006 -
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