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Il sottile (doppio) filo che ha attraversato la mia visita a questa prima edizione della rassegna Tuscia Rock è costituito dall’epoca d’oro delle radio, “libere” prima ancora che diventassero solamente “private”. E’ evidente quanto in questo discorso c’entri il rocker milanese Eugenio Finardi, il cui notissimo singolo del 1976 “La Radio” conteneva le immortali, celebrative liriche “Amo la radio perchè arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente / e se una radio è libera ma libera veramente / mi piace ancor di più / perché libera la mente…”. Più personale è invece il filo legato a Le Orme. Nel lontano 1976, avendo vinto un 45 giri ad un quiz indetto da una radio privata del mio quartiere, ebbi l’opportunità – per la prima volta – di visitarne gli studi di trasmissione. Era la tipica radio libera di quel periodo, sita in un appartamento e co-gestita in modo un po’ svaccato da un gruppo di ragazzi che si alternavano alla voce e ai piatti. A me, a malapena uscito dalle elementari, sembrò di entrare in un mondo da favola, fatto di microfoni, mixer, parole a ruota libera e tanto, tanto vinile ammassato disordinatamente sugli scaffali. Fui intervistato in diretta dai “vecchi” volponi – poco più che ventenni, in fondo – della radio, fui pure messo in mezzo (e non ho vergogna a dire che me ne vendicai, anni dopo, con altri ignari cristi intervistati, quando ebbi modo di passare dall’altra parte del microfono – ad altre radio private, ma questa è un’altra storia…) e alla fine me ne uscii dagli studi di New City Sound – questo l’ultra-naif nome della radio – con il trofeo vinto al quiz di cui sopra: il singolo “Regina Al Troubadour” de Le Orme, uno dei miei primi 45 giri che nei mesi a venire avrei suonato e risuonato fino allo sfinimento sull’impianto stereo di casa. E però – per tornare al punto – erano spettacolari quelle prime radio private, dove potevi ascoltare di tutto e il contrario di tutto e a cui, più di ogni altra cosa, ti potevi affezionare. Oggi – manco a dirlo - i network spopolanti sulla modulazione di frequenza passano tutti la stessa roba e usano sempre gli stessi “format”; per trovare dei “mondi” paragonabili alle radio del ‘75/76 adesso bisogna andare sul web, ed è comunque tutta un’altra cosa… Questi i flashback sprigionati dalle due consecutive apparizioni – il 17 e il 18 agosto – de Le Orme e di Finardi al Tuscia Rock, rassegna tarquiniese encomiabile anche se forse eccessivamente rivolta al passato piuttosto che al presente e al futuro della “scena”. Si è iniziato il 16 con il concerto degli Achtung Babies cover-band degli U2 – che mi dicono aver riscosso un buon successo – e il giorno dopo è stata la volta dei veneziani Le Orme, band di punta del primo beat ma soprattutto poi del movimento progressive melodico italiano degli anni ’70, in una formazione comprendente gli “storici” Aldo Tagliapietra (voce, basso e sitar) e Michi Dei Rossi (batteria), e i più recenti acquisti Michele Bon (tastiere) e Andrea Bassato (pianoforte e violino). Tagliapietra e co., che celebravano i 40 anni di attività, hanno alternato gli “hits” da classifica quali “Gioco di bimba” e “Canzone d’amore” alle suite prog tratte da “Felona & Sorona” e “Contrappunti”; queste ultime in particolare hanno lasciato freddino il sottoscritto ma mandato in visibilio il folto pubblico – accorso da tutto il Lazio e anche da oltre – che ha apprezzato la perizia esecutiva dei venexiani. C’è stato anche un lunghissimo assolo di batteria di Dei Rossi, a giudizio di uno dei fans tra il pubblico, “il secondo miglior batterista italiano” (e sono curioso a questo punto di sapere chi è il primo…) E per fortuna le Orme hanno eseguito anche una versione – più “hard” rispetto all’originale – della zuccherosissima e da me attesissima “Regina al Troubadour”, di cui dopo 30 anni ho finalmente capito il testo: si riferisce ad una spacciatrice che bazzicava nel noto locale Troubadour di Los Angeles, città in cui le Orme passarono un sacco di tempo nel 1975 per incidere l’album “Smogmagica” dedicato proprio alla Città degli Angeli. Piazza leggermente meno folta, il giorno dopo, per il redivivo Eugenio Finardi, ma concerto decisamente più piacevole, almeno per me, che con il progressive-rock di questi giorni ho un rapporto parecchio conflittuale. Il milanese reduce dai festival del Parco Lambro – i primi sul genere di Woodstock mai fatti in Italia – oggi è un ultracinquantenne panciuto formato Buddha col codino più sale che pepe, ma la voce (bluesata) è sempre quella di un tempo, immediatamente riconoscibile dalle prime note. Accompagnato da un gruppo di giovanotti chiamato Le Custodie Cautelari – marcatamente heavy, tanto che nel prologo hanno proposto “Highway To Hell” degli AC/DC – Finardi ha eseguito brani più - “La forza dell’amore”, “Non è nel cuore”, “Extraterrestre” – e meno noti – il lento ispirato dai canti berberi “Shalamandura” su tutti - del suo repertorio. Un’ovazione, in particolare, ha registrato in chiusura del concerto “Musica Ribelle”, indubbiamente uno dei più bei brani di rock (in) italiano mai composti. Tornato sul palco per il bis, il bilingue (di madre americana) Finardi ha salutato tutti con una sua sentita versione di “Hey Joe” che però, ad essere sinceri, non ha fatto neanche il solletico all’originale di Hendrix. Ed è finita così, senza – chissà perché – la sospiratissima, storica “La Radio”. Il 19 al Tuscia Rock è stata la volta dei The Lamb, cover-band dei Genesis; la manifestazione si è quindi conclusa il 20 con il Banco del Mutuo Soccorso in una serata travagliata interrottasi anzitempo a causa di un guasto elettrico (i miei informatori riportano che la piazza ad un certo punto si è totalmente oscurata). Nel complesso, però, una rassegna ben riuscita, in una piazza perfetta per la musica dal vivo e con un pubblico che ha risposto con entusiasmo e partecipazione. Da rifare, insomma: magari – perché no? – con un cast un pizzico più “di tendenza”…
Articolo del
21/08/2006 -
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