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Eric Serra
Serra, l’altra faccia di Luc Besson
1997
di
Marco Conigliani
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Eric Serra è proprio un musicista atipico. Chitarrista da trent’anni sulla scena, ha raggiunto la notorietà componendo colonne sonore, in particolare per Luc Besson. Da Subway a Leon, passando per Il grande blu, Nikita e Atlantis, fino a Il quinto elemento, ha musicato altri due film francesi oltre a Goldeneye nel 1995. All’infuori dell’attività cinematografica, ha collaborato a più di trenta album firmati da altrettanti autori tra cui Youssou N’Dour e Mory Kante e ne ha prodotti un altro paio. Soltanto oggi, a trentott’anni compiuti, Serra può coronare il suo sogno firmando un album in proprio. Si intitolerà RXRA e uscirà a febbraio 1998. Nel frattempo lo abbiamo incontrato per conoscerlo un po’ meglio. SUONO – Possiamo dire fondamentalmente che esistono due tipi di compositori di colonne sonore. Alcuni compongono “sulle immagini”, studiando il film e cercando di esprimerne le musiche secondo un principio di coerenza. Altri compongono a priori e lasciano che sia il regista a trovare un legame tra le immagini e i suoni. A quale tipo pensi di appartenere? Eric Serra – (scettico)...esistono compositori del secondo tipo? Michael Nyman afferma di lavorare così...La particolarità sta nel fatto che la musica che nasce in questo modo possiede più facilmente un’identità propria, può svilupparsi secondo una logica autonoma senza doversi attenere allo svolgimento del film. Forse non a caso le colonne sonore di Nyman consistono in variazioni su un unico tema. Non è sicuramente il mio caso, non mi interessa pensare ad un tema unico e ripeterlo per dieci volte. Mi pare che questo sia un lavoro più da arrangiatore che da musicista. Piuttosto preferisco scrivere dieci temi diversi. Le mie colonne sonore vengono vendute e costano come qualsiasi altro disco. Non credo che la gente comprerebbe un album con un unico brano ripetuto tante volte. A proposito della varietà e della diversità dei brani contenuti nella colonna sonora de Il quinto elemento, qualcuno lo ha definito un disco psicotico... Non lo definirei psicotico, eclettico piuttosto. La varietà di generi e culture contenute ne fanno un prodotto “aperto”. E’ l’apertura che io ho nei confronti del mondo e di tutte le espressioni diverse che vi ho trovato viaggiando. E’ questo che intendevo rappresentare con il patchwork di generi nel disco, un mondo composto da stili differenti come quello descritto da Luc (Besson, N.d.R.) nel film. Un giorno tutti questi stili daranno vita ad un unico stile mondiale, anzi interplanetario visto che nel disco c’è anche la testimonianza di suoni “spaziali”. Per ora è un’utopia ma potrebbe essere il risultato dell’apertura culturale che personalmente auspico per il mondo. E a proposito di RXRA, sarà qualcosa di simile? RXRA è tutta un’altra cosa. E’ fatto essenzialmente per essere suonato dal vivo. Non ci saranno computer o campionature. Mi permetterà di fare ciò che amo di più, stare materialmente su un palco, davanti a un pubblico. Ho cominciato a suonare dal vivo quando avevo undici anni ma ho dovuto smettere ai tempi de Il grande blu per mancanza di tempo. Ora avevo bisogno di tornare a farlo, insieme al bisogno di comunicare “qualcosa di mio”, qualcosa che non fosse una colonna sonora. Così è nato RXRA. ...e così sei riuscito finalmente a realizzare un disco tutto tuo. Come cambierà adesso la tua attività musicale? Se dovessi scegliere in futuro se proseguire la carriera solista oppure continuare con le colonne sonore, preferirei certamente per la prima. In realtà spero di poter conciliare le due cose. Hai già qualche progetto? Attualmente no. Mi piacerebbe fare un secondo disco in studio ma non so assolutamente quando né come sarà. Di sicuro sarà completamente diverso da RXRA Dipenderà da cosa avrò voglia di fare in quel momento!
Articolo del
01/02/2002 -
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