|
Lo zoccolo duro dell’Hard Rock è duro a morire, e questo lo sapevamo da sempre, ma non credevamo che il ritorno a Roma di Ritchie Blackmore, esimio chitarrista, ex Deep Purple, ex Rainbow, potesse essere accolto da tanto entusiasmo. E’ davvero tanta la folla che si raduna all’entrata in attesa dell’apertura delle porte ed è veramente calda l’accoglienza riservata a Ritchie e a sua moglie, la bellissima Candice Night, deliziosa “vocalist” e meravigliosa creatura, che in poco meno di tre minuti riesce a far innamorare di sè l’intera sala. Eccoli, sono loro i Blackmore’s Night (no, non è la serata di Blackmore, è la sintesi del connubio sentimentale e artistico fra Blackmore e Lady Night!) un gruppo di menestrelli bravi e affiatati che - grazie anche ai loro costumi medievali e ad una scenografia che prevede la ricostruzione di interni di un maniero, di foreste, di elfi e di cavalli alati - fanno rivivere per una sera miti e leggende britanniche. Il gruppo presenta dal vivo brani tratti da “The Village Lantern”, il nuovo album, ma ripercorre anche in oltre due ore di concerto i temi principali della lunga stagione musicale di Blackmore, con i Deep Purple e da solo, e della sua compagna. La serata ci offre una sana e gustosa riproposta in chiave ora acustica ora elettrica del vecchio folk rock di stampo inglese, ma non sono rare le citazioni prettamente hard rock dettate dall’inguaribile, inarrestabile ed ineguagliabile chitarra di Blackmore! Che fosse un musicista di talento lo sapevamo, che avesse un pessimo carattere pure, ma evidentemente la vicinanza di Candice lo ha rigenerato e Ritchie - pur sempre uomo di poche parole – ha imparato ad essere anche simpatico e divertente. Si parte con delle deliziose “folk ballads” impreziosite dagli arpeggi classicheggianti della chitarra di Blackmore, su tutto il lirismo e l’enfasi interpretativa di “Fairy Queen”, interpretata in modo decisamente autoreferenziale da Lady Candice, avvolta come è nei suoi preziosi scialli di seta e perfettamente a suo agio nel suo abito antico, lungo e fatale, quasi fosse lei la Regina delle Fate di cui canta. Ma la signora Blackmore si rivela anche oltre modo comunicativa e simpatica, sia per la premura con cui ringrazia i presenti sia per la sua capacità di trasformare l’esecuzione di “Violet Moon”, la “title track” del loro secondo album, in un momento corale di grande partecipazione e coivolgimento. Un’emozione forte mi pervade quando poi Ritchie Blackmore esegue le note di “Soldier Of Fortune” una ballata acustica di grande spessore, epoca Deep Purple, la mia preferita, alla quale fa seguito una “medley” a dir poco esplosiva, quella che comprende “Moon Dance” e le note di “Child In Time”, ancora rosso porpora, del più profondo! Ian Gillan non ci arriva più con la voce, e non la esegue quasi mai dal vivo, allora tocca a lei, Candice e alle due graziose gemelle che si occupano dei cori, riproporre quelle melodie incantate e vibranti. Dopo un assolo del tastierista, al quale si sovrappone sovrana la chitarra di Blackmore, ecco che arrivano le note di “Anya”, ancora Deep Purple, ma più recenti, e di “I Guess It Doesn’t Matter Anymore”, una “power ballad” corroborante, tratta dal nuovo disco dei Blackmore’s Night. Segue poi un lungo assolo strumentale del menestrello Blackmore, una sorta di nuovo Robin Hood, che invece dell’arco con le frecce ostenta le iperboli della sua chitarra. Si accende poi la Lanterna sul palco e la voce di Candice rincorre storie magiche e fatate, come se andasse alla riscoperta dei lati più misteriosi della Natura, alla ricerca degli aspetti miracolistici della Vita, privilegiando il lato positivo e sognante, a quello cupo di altri gruppi Hard Rock. Certe volte, in alcuni passaggi ritmici, i Blackmore’s Night ricordano molto il rock progressivo dei primi Jethro Tull o dei vecchi Renaissance negli anni Settanta, ed è un gran bel sentire! Candice poi con “Diamonds And Rust”, esegue un tributo a Joan Baez, quindi recupera “Winds & Willows” degli Strawbs. Il pubblico è in festa, i sorrisi di Candice e la chitarra di Ritchie hanno eccitato oltre misura i presenti e si scatena un diluvio di brani a richiesta. Blackmore accontenta un po’ tutti con una citazione da “Long Live Rock And Roll” dei Rainbow e con le note inossidabili di “Smoke On The Water”, generando l’approvazione generale e cori da stadio. “Ritchie For President!” gridano dalla galleria ed è subito un tripudio! “The Clock Ticks On” è una delle ballate tradizionali con cui Ritchie è cresciuto, quando era ancora bambino, ce la ripropone con l’ausilio di uno strumento d’epoca. "It Goes To The Rose” è di una bellezza che lascia senza fiato, quasi come l’esecuzione che le regala una Candice, sempre più felice ed ispirata. “It’s Good To Be Back Home Again” è un brano della tradizione inglese, un canto da taverna, concepito per essere ballato e cantato in coro, tracannando del buon vino e una birra! Il concerto è finito, ma il pubblico non è ancora appagato, ne vuole ancora, sono tutti in piedi e vocianti, davanti al palco, è bello vedere la serietà di un teatro sconvolta dal Rock! I Blackmore’s Night tornano con una riedizione classicheggiante dell’”Inno alla Gioia” affidata alla chitarra di Sua Maestà Ritchie, poi un “traditional” intenso e trascinante, neanche fossimo davanti ai Chieftains, e per il finale un “medley” maestoso fatto di “Black Night” e “Woman From Tokyo”!!! Un viaggio nei ricordi, sì certo, ma quanto mai esaustivo ed esaltante! Candice e Ritchie quasi non riescono a sottrarsi all’abbraccio della folla ed è tutto uno stringere mani e mandare baci, con quel “We love You!” indirizzato a Candice, subito seguito da un “We Love You too, Ritchie!” quasi per non toccare la suscettibilità del marito, che magari ne è pure geloso!!! Altre serate così, ragazzi!
Articolo del
15/09/2006 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|