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Cosa si può scrivere di Vinicio Capossela? La domanda non è peregrina e deriva da una semplice considerazione: chi lo segue tende a cadere nella venerazione del personaggio, informandosi su tutti gli aspetti della sua produzione e della sua vita e, perciò, non ha sicuramente bisogno di un articolo generalista sul soggetto. Chi non lo segue, viceversa, avrebbe bisogno di un articolo che prima lo introduce, magari con qualche cenno di biografia, e poi ne spiega la produzione, soffermandosi sui sei dischi finora usciti (5 album e un live in circa 10 anni di attività). Ma procedere con ordine con un personaggio come Capossela è difficile, se non impossibile, perché i rimandi all’interno dell’opera si sprecano e perché, sinceramente, se mai dovesse concretizzarsi il miracolo, cioè che il (vanitoso) Capossela si imbattesse nell’articolo, sono convinto che si annoierebbe a morte nel leggere un disciplinato studio sulla sua musica (scusate: canzoni, perché le parole sono tutt’altro che secondarie). Perciò via in ordine sparso, con l’avvertimento che anche per gli aficionados ci saranno sorprese e novità sconosciute. Per iniziare bene, quindi, contraddico subito quanto detto poco fa e parto dall’origine del nostro: nasce ad Hannover da genitori del Sud e trascorre la giovinezza nella terra reggiana (emiliana). Il dato biografico è importante perché attraversa tutta l’opera di Capossela: nel primo album, difatti, (“All’una e trantacinque circa”, 1990) si inizia subito con una delle canzoni tuttora più amate dai fan, “Sabato al Corallo”, che narra di un locale frequentato dal buon Vinicio, dove una malinconia enorme emerge nella descrizione di sabati sera lontani dal lavoro dove riscattare una settimana passata in officina con “ragazze sogni di finto cinema, ragazze stanche delle otto ore” e dove, soprattutto, “noi altri giovani di provincia emiliana cerchiamo di bruciare con un po’ di grandeur”. La canzone è improntata ad un umore atrabiliare come quasi tutto l’album, che vince il premio Tenco. Ma non divaghiamo nell’esame trasversale e rimaniamo al dato biografico.Nel secondo album (“Modì”, 1991) si trova un altro esempio di come la suddetta materia si trasformi nuovamente in arte in “Regina del Florida”, ambientato appunto al “Florida” (altro locale della provincia emiliana -RE credo-) dove emerge la figura della regina cui il buon Vinicio si abbandona nella speranza che lei lo porti via, forse perché dovrebbe trattarsi della barista unica superstite alle 4 di notte nel locale deserto. Il tono qui è molto più nervoso e poco malinconico, quasi un indice del fatto che la malinconia di fondo, sempre presente in ogni disco, viene economizzata nell’ambito di un album che, comunque, propone “Ultimo amore”, oltre 7 minuti di storia triste che più triste non si può. Ma il dato biografico non è ancora esaurito. Nel terzo album (“Camera a sud”, 1994, semplicemente un capolavoro) si va tutti insieme “Al Veglione” nel ristorante da Cicillo, nei luoghi materni del buon Vinicio in una sarabanda di portate (“dieci al prezzo di una”) e di inviti di gente (rectius: fanciulle) arrivata da lontano (Torino!!!!) per cui si dovrà vincere la concorrenza parentale dei cugini ma che comunque già oggi possono stimolare le fantasie meno confessabili e più comuni. Facile dunque pensare che Capossela abbia riportato i ricordi dell’infanzia in una trascinante canzone dal ritmo veloce e schiamazzante come un cenone di paese. Nella quarta fermata del Wagon-Lits Capossela (che viaggia soprattutto di notte), ovvero l’album “Il ballo di San Vito” (1996), c’è la descrizione del fallimento di una temeraria operazione culturale di avant-garde, che si sostanzia ne “L’affondamento del Cinastik”, cioè del locale di Vincenzo “Cinasky” Constantino (emulo del più famoso Chinaski?), immerso nelle nebbie lombarde fra Jazz e reading di poesia che proprio non hanno fatto il pienone se non di sentimenti dei pochi avventori. Seconda chiave di lettura di Vic Damone (pseudonimo che il nostro usa spesso, è il nome di cantante americano anni ’50, credo più famoso per avere sposato una fiamma di James Dean il quale, durante tutta la cerimonia, aspettò fuori seduto sulla moto con tanto di giubbotto di pelle) è la passione per la letteratura. I testi di Vic sono pieni di riferimenti, tanto che la canzone di apertura dell’ultimo album (“Canzoni a manovella”, 2000, premio Tenco 2001 quale miglior album) si intitola “Bardamù”, personaggio di celiniana memoria (“Viaggio al termine della notte”) che si apre con gli eloquenti versi “Per quanto scura la Notte è passata”, che come riferimento, stante anche il maiuscolo del sostantivo notte, è più che eloquente. Del resto Capossela non manca di dedicare quest’album a Destouches (vero cognome di Celine, un altro che usava un nome diverso dal suo), insieme a Jarry di cui riprende la “Chanson du decervelage”, adattandone il testo e musicandolo nella canzone “Decervellamento”. L’importanza della letteratura emerge anche dal librettino allegato al CD di “Canzoni a manovella”, realizzato in perfetto stile futurista, coi versi stampati di traverso, alcuni evidenziati in grassetto e con lettere di corpo diverso nella stessa parola e, soprattutto, parole usate per il loro suono nella più ortodossa tradizione marinettiana. Quest’ultimo particolare non può stupire i conoscitori del cantautore perché la sua attenzione per i suoni costella tutta la produzione, tanto che sempre in in “Canzoni a manovella” vi è l’impiego di strumenti provenienti dal Museo strumenti meccanici Marini di Ravenna. Anche i testi delle canzoni testimoniano un’attenzione al suono dei vocaboli usati che trova pochi riscontri nel panorama italiano, basti pensare al pezzo “L’accolita dei rancorosi” (contenuto nell’album “Il ballo di San Vito”) che è costruito come la poesia “L’agave sullo scoglio” di Montale e cioè mediante l’impiego di vocaboli dal suono duro e secco ma ugualmente incisivi nella descrizione del carattere di questi bad boys di provincia, definiti “settimini, cuspidi e tignosi”; solo questo verso meriterebbe l’ascolto di una canzone che ha fatto strage tra i fan, i quali hanno costruito in suo onore il sito www.rancorosi.com, ritrovo dei supporter più incalliti sulla falsariga dei rain dogs di Tom Waits, vero nume tutelare di Vinicio ma di questo poi.
Articolo del
05/12/2002 -
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