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All’insegna del nuovo rock d’autore, inserita all’interno della rassegna annuale di Enzimi, la serata organizzata da Sleeping Star, la nuova etichetta di “indie rock” che comincia a farsi distinguere per scelte sempre ben calibrate fra punk, psichedelìa, folk underground e rock’n’roll. C’è molta attesa per il “set” di apertura affidato a Ramona Cordova, vero nome Ramòn Vicente Alarcòn, ventidue anni, nato in Arizona, da padre portoricano e da madre filippina, un ragazzo che scrive musica e suona la chitarra fin da quando era bambino e che, in arte, ha assunto il nome della adorata nonna Ramona. Presenta dal vivo i brani tratti da “The Boy Who Floated Freely”, il suo album di esordio, una favola musicale su un ragazzo che scappa di casa per rincorrere i suoi sogni. Ramòn è un po’ stanco e svagato, è appena arrivato da Madrid, ma quando comincia a cantare, la sua voce, tanto delicata quanto misteriosa e impalpabile, incanta tutti i presenti. Si tratta di folk acustico certo, ma la sua impostazione è dolcemente “naive”, a suo modo unica ed originale, un qualcosa a metà strada fra il repertorio di Josè Gonzales e di Devendra Banhart, anche se lui ingenuamente dichiara che le sue fonti di ispirazione siano le fiabe di Biancaneve e di Pinocchio. Dialoga con il pubblico, racconta di sé, invita ad accompagnare il suo canto con il battito delle mani e dei piedi, ma anche con oggetti quotidiani di scarsa rilevanza armonica, come quei mazzi di chiavi agitati in aria come maracàs, e funziona! A tratti poi la sua vocalità angelica è talmente acuta da schizzare in cielo e le sue “folk ballads” possiedono la stessa magia evocativa delle esibizioni di Antony & The Johnsons. Di ben altro genere il concerto dei Montecristo, una band romana che conferisce al suo hard rock di impronta anni Settanta un approccio potente e sfrontato. Prodotti da Tony James, che attualmente lavora anche con Mick Jones dei Clash, i Montecristo hanno fornito una gustosa anticipazione delle canzoni che saranno inserite sul loro “debut album”, previsto per la fine di Ottobre. Lo “street rock” condito di un blues quanto mai sporco e pesante dei Montecristo ricorda molto certi brani “proto-punk” dei New York Dolls o dei successivi Heartbreakers di Johnny Thunders, la loro musica attinge a piene mani dal passato, ma si rivela ancora attuale e pulsante. A tarda sera arriva il momento di The Whitest Boy Alive, da Berlino, nati da una costola dei Kings Of Convenience, un progetto parallelo pensato e realizzato da Erlend Oye, chitarrista e cantante del gruppo. Il suono è raffinato ed incalzante, una miscela di pop d’autore e di elettronica che già avevamo apprezzato su “Dreams”, il primo album del gruppo. Il richiamo alle atmosfere dei primi anni Ottanta è evidente, ma l’ambientazione è poi decisamente moderna, affidata a lunghe “pieces” strumentali, scandite dalle note di una chitarra basso incalzante, e alla chiave melodica contagiosa ed accattivante di brani come “Don’t Give Up”, “Golden Cage” e “Figures”. E’ musica di intrattenimento certo, ma saporita ed intelligente, una sorta di “new wave” riveduta e corretta, che ricorre in modo morbido ed elegante al “new cool” e all’elettronica.
Articolo del
21/09/2006 -
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