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La band di Seattle, ultima icona del grunge anni ’90, torna in Italia dopo sei lunghi anni di assenza. Tanti avvenimenti sono accaduti dall’ultima visita italiana dei Pearl Jam, eventi che hanno cambiato anche il mondo della musica. Due di questi, l’11 settembre e la tragedia di Rockslide, hanno colpito in modo particolare Vedder e compagni. Prima l’ipotesi di scioglimento del gruppo, poi la ritrovata energia e l’uscita di Riot Act nel 2002 (“atto di rivolta” che accusa senza riserve l’amministrazione Bush). Passano altri quattro anni (cambio di etichetta discografica) e arriva il nuovo album dal titolo semplicissimo Pearl Jam (2006). Il Binaural Tour del 2000 era stato un evento degno di nota (a quattro anni di distanza dal tour di No Code), ma quello di quest’anno ce li riporta con una carica rinnovata che lascia stupefatti. Le cinque date italiane dimostrano come la band abbia voglia di regalare musica senza riserve. Cinque date, cinque scalette diverse con in comune non più di 7/8 brani su una lista di almeno 27/30 per concerto. Alle 21:00 le luci si spengono, l’introduzione è quella strumentale che apre il primo disco dei PJ Ten (1990). È un tripudio fin dall’inizio. Solitamente (ma non sempre) il primo pezzo è un lento, a Verona è stato Release, ma non qui a Milano. È Matt Cameron a suonare la carica, e si parte con Go! Di seguito la scaletta: Go, Last Exit, Save You, World Wide Suicide, Corduroy, Sever Hand, Unenployable, Even Flow, I Am Mine, Man Of The Hour, Mfc, Daughter, Faithfull, Comatose, State of Love & Trust, Why Go, Picture in a Frame (Tom Waits), Parachutes, Black, Crazy Mary, Given To Fly, Alive, Do The Evolution, Big Wave, Leash, Rockin’ in a Free World (Neil Young), Yellow Ledbetter. Il concerto è intensissimo e tiratissimo, sono pochissimi i brani lenti. I PJ sono in forma ma soprattutto si divertono, ridono scherzano e interagiscono sempre con il pubblico. Quello che colpisce maggiormente è la freschezza che dimostrano sul palco, ognuno con le sue caratteristiche. Matt Cameron è un vero martello pneumatico, mai un cedimento, mai un accenno di fatica. Jeff Ament salta ovunque insieme a Mike McCready. Stone Gossard mantiene la sua posizione e la sua calma serafica, è sereno…e si vede! Eddie Vedder parla italiano, quando ci riesce, per manifestare al meglio il suo affetto per il pubblico italiano, lo ha sempre fatto al meglio. L’esecuzione di Black è uno dei momenti più intensi…mentre sfuma verso la fine il pubblico continua a cantare tenendo il tempo con le mani…passa un minuto…Eddie Vedder, stupefatto, fa notare la cosa ai suoi compagni che rimangono a guardare a bocca aperta…alla fine è Matt Cameron ad alzarsi e ad applaudire il pubblico che risponde con un’ovazione. Passano due ore e mezza con la stessa velocità di un battito di ciglia…il finale è a luci accese…come sempre! Sembrerebbe quasi che non se ne vogliano andare…salutano…due, tre, quattro volte…e poi via, con il sorriso di chi è stato ad una festa tra amici. Ora aspettiamo solo il momento di rivederli…speriamo che non passino altri sei anni…Eddie lo ha promesso…torneremo presto…in questi anni lontano da qui vi abbiamo pensato molto!
Articolo del
23/09/2006 -
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