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E’ il nome nuovo sulle scene dell’'“indie-pop” americano, il suo album d’esordio, “The Boy Who Floated Freely” pubblicato adesso anche in Italia, grazie alla Sleeping Star, ha riscosso un successo rapido ed inaspettato sia negli Stati Uniti che in Europa. Ramòn Vicente Alarcòn (questo il suo vero nome, Ramona Cordova in realtà è il nome della nonna materna) ha solo ventidue anni, ma suona la chitarra e scrive musica fin da quando era bambino. Ramòn ha avuto in dono la voce di un Angelo che conferisce momenti di celestiale bellezza alle sue deliziose “pop ballads” acustiche. Lo abbiamo incontrato durante una tappa del suo tour europeo, che prevedeva una esibizione a Roma, al Circolo degli Artisti.
A che cosa devi la tua formazione musicale?
R.C.: “A mio padre che è un musicista portoricano e che quando avevo nove anni mi ha insegnato a suonare la chitarra, e anche a mia madre che viene da Haiti e che mi ha trasmesso la sua passione per i musical di Broadway. Mi porto dentro però ad un livello forse neanche troppo consapevole, le melodie delle colonne sonore di cartoni animati come “Biancaneve” e “Pinocchio”, film che vedevo e rivedevo tante volte quando ero bambino.”
Quali sono state le tue prime esperienze musicali?
R.C.: “A tredici anni, quando ero al College, suonavo la chitarra con i Good For Something, sono stati loro la prima band. Poi ho suonato con i Denver, un trio di pop music di base a Dallas. “
Quando ti sei accorto che avevi avuto in dono una voce tanto particolare e così bella?
R.C.: “Sono stati gli altri musicisti con cui suonavo a convincermi a cantare. Io mi rendevo conto di avere una voce particolare, un po’ da bambino, ma ero cresciuto e quindi puoi capire che mi vergognavo, e facevo di tutto per nasconderla. Con il passare del tempo però, ho avuto più fiducia e ho cominciato a costruire le mie canzoni, a cantare le mie storie proprio intorno alla mia voce.”
Spesso vieni inserito nel filone del “folk revival” della musica americana ed associato poi ad artisti come Devendra Banhart , per esempio…
R.C.: “Beh, questo no! Proprio non sopporto Devendra, è uno che si dà troppe arie e poi non mi sembra sincero, genuino nelle cose che fa. Il fatto è che non appena uno suona la chitarra acustica, e canta, viene etichettato come musicista folk. Invece non sempre è così!”
Come hai iniziato a farti conoscere come artista solista?
R.C.: “Ho iniziato a inserire alcune mie canzoni su Internet, tramite “myspace”, e un’etichetta francese, la Clapping Music, si è subito mostrata interessata e ha chiesto di poter distribuire il mio disco, in Spagna, in Germania, oltre che in Francia. E infatti adesso mi trovo in Europa per suonare dal vivo proprio in quei Paesi dove il disco ha avuto tanto successo.”
Come hai costruito il tuo album, che ruota intorno a Giver, un ragazzo che scappa di casa, un naufrago, che poi incontra l’amore, ma che si ritrova ben presto di nuovo solo, ma libero e felice?
R.C.: “Quella era l’idea di base di una canzone, poi ne sono venute altre, tutte collegate però fra di loro, che raccontano la natura vera dei sentimenti, degli incontri d’amore, non importa poi quanto durano o come le storie finiscono.”
Giver, non è forse colui che dà senza aspettarsi nulla in cambio?
R.C.: “Già, proprio così, non ci avevo pensato, ma è una lettura interessante”
Puoi parlarci dei tuoi House Show, dei tuoi concerti in giro per le case, un’idea certo originale che ha contribuito a farti conoscere?
R.C.: “Vedi, negli Stati Uniti è difficile suonare nei locali in modo regolare. Devi far parte di un circuito, devi conoscere la gente giusta, devi essere inserito. Allora ho cominciato a suonare nelle feste di compleanno, il mio compenso era ad offerta libera. E’ stato un buon modo per verificare la reazione delle persone alle mie canzoni, e anche per farmi conoscere in giro!”
E’ vero che proprio durante uno di questi House Show, a Londra, hai incontrato William Orbit, il noto produttore, (“Beautiful Stranger” di Madonna, per la colonna sonora di “Austin Powers”) e che lui è rimasto molto impressionato dalle tue canzoni?
R.C.: “Sì, è vero, mi ha chiesto di lavorare insieme. Non per un intero album, almeno per adesso, giusto per qualche nuova canzone da inserire poi su altre colonne sonore di film.”
Che cosa ti interessa oltre la Musica? Hai continuato a studiare dopo il College?
R. C.: “No, adoro l’Arte, la fotografia, la pittura, la letteratura e il cinema, oltre la musica, ma odio le Università e tutta la retorica che le circonda. In quei luoghi il Sapere è collegato soltanto ad un ruolo sociale, al successo economico, e allora non mi interessa. Preferisco andare in giro per il mondo, conoscere posti diversi, gente nuova, e se poi voglio leggermi un libro per approfondire qualcosa, vado in biblioteca. Voglio vivere della mia musica, non ho bisogno di una Laurea per fare quello che voglio, per esprimermi."
Stai lavorando ad un nuovo album in questo periodo?
R. C.: “Sì, sto scrivendo nuove canzoni e sto registrando un nuovo disco che sarà pronto a fine estate credo e che uscirà negli Stati Uniti nell’autunno del 2007. Sto anche lavorando alla mia voce, non mi piacciono certe tonalità troppo alte che ho inserito nel primo album, suonano un po’ come forzature, vorrei imparare a fare cose ancora più semplici, ancora più naturali.”
Quale musica ti piace ascoltare quando poi sei a casa e resti da solo?
R.C.: “Adoro Feist e una band che si chiama Bollywood, ma ascolto anche tanta musica etnica, in particolare africana, quella che viene dall’Etiopia.”
Articolo del
03/10/2006 -
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