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Quando lo si vede apparire sul palco, si tira sempre un sospiro di sollievo. Nonostante lo sguardo angelico (per di più contornato da un cappello che sembra un’aureola…) e l’atteggiamento mite, Finn Andrews ha abituato i suoi estimatori ad imprevedibili rivolgimenti e spiazzanti colpi di testa. Chi avrebbe mai pronosticato un totale rinnovamento della band dopo il convincente esordio? Chi si sarebbe aspettato che l’efebico figuro avrebbe fatto piazza pulita dopo che attorno a “The Runaway Found” si era apparentemente cementato un gruppo compatto ed affidabile? Il secondo disco ha pertanto riservato sorprese sin dalla line-up ed ogni loro sortita è accompagnata da un pizzico di agitazione che si stempera non appena il figlio d’arte prende placidamente posto davanti all’asta del microfono. L’altra sera Andrews e soci hanno occupato il suolo del Rainbow dopo la riuscita esibizione dei genovesi Numero6 ed il composto, timido ammiccamento con il quale hanno salutato i presenti ha fatto immediatamente intendere che l’umida serata milanese non avrebbe riservato deplorevoli bizzarrie. Con le prime mosse, inoltre, hanno spazzato il campo anche da un altro dubbio che è serpeggiato alla vigilia: clava o fioretto? Sferrare unghiate o blandire attraverso armonie intinte nel calamaio della malinconia? I primi ruggiti di “Nux Vomica” hanno immediatamente virato l’atmosfera sul versante più mordace ed è toccato a “Lavinia”, a giro di boa già avvenuto, dispensare le prime coccole. Ma in linea di massima il concerto è rimasto sospeso sul filo della concitazione e a tenere alta la tensione ha contribuito il dimenarsi di Finn, che per l’occasione ha pescato nel suo guardaroba un abito grigio chiaro nelle cui forme striminzite la magrezza è ulteriormente risaltata. Dondolandosi, sbattendosi e mulinando veemente le braccia, il frontman dei Veils ha offerto un’ampia gamma di piccoli scatti e contorsioni che ne hanno certificato il carisma e la straripante presenza scenica. Ciò non toglie che la sua qualità pregiata resti la voce, che oscilla costantemente tra toni più soavi e improvvise impennate. La musica dei Veils è contraddistinta da un impeto e da un’urgenza comunicativa che anche dal vivo sono ben rese appunto dall’intenso stridore della voce e da un corredo strumentale che al Rainbow ha garantito un buon impatto. Merito pure degli altri sodali: in particolare il batterista è sembrato in forma smagliante e, visti i ripetuti cenni con Andrews, chissà che i due non possano costituire in futuro la spina dorsale del gruppo. Alla loro intesa si devono le efficaci sferzate di “Jesus For The Jugular” – che piacere vederla eseguita così bene dopo che la versione in studio ha suggerito confronti nientemeno che con i Led Zeppelin! – ed il ritmo indiavolato di “Not Yet”, davvero convincente. Certo qualche balbettio ci è parso di coglierlo. Innanzitutto non del tutto azzeccata è sembrata l’impostazione della scaletta, che ha fatto salire agli onori del bis “More Heat Than Light”, congedo un po’ sbrigativo, e ha escogitato una collocazione anonima per un pezzo come “Lavinia”, cui è sempre tributata un’ovazione. Poi, nonostante la scarsa durata della serata, i cinque ogni tanto hanno dato l’impressione di voler tirare il fiato e ciò potrebbe voler dire che l’intesa tra i nuovi compagni di viaggio non è stata perfettamente messa a punto. Ultimo neo, la partecipazione della platea, un po’ freddina anche a causa del numero di presenze che rischia di essere ricordato tra i record alla rovescia. Perplessità che comunque non offuscano la bontà complessiva dello spettacolo e non smentiscono l’opinione secondo cui, nonostante i cambi di formazione, i Veils rappresentino un marchio sul quale poter puntare a lungo. Il leader dà l’impressione di essere di fibra robusta e, benché talvolta le sue certezze sembrino vacillare, dimostra di avere in testa un progetto ben preciso dal quale difficilmente riusciranno a dissuaderlo le logiche dell’intrattenimento dozzinale. L’imprevedibilità della quale ha dato prova lascia talvolta trasparire delle smagliature, ma il tessuto musicale intrecciato rimane consistente e all’esame live si è rivelato capace di resistere a qualunque strappo. Alla fine, abbondano i sorrisi, nessuna richiesta di autografo resta inevasa e Finn non si sottrae neanche agli abbaglianti flash delle macchinette fotografiche. Niente male per uno che le cronache descrivono come scostante e umorale…
Articolo del
31/10/2006 -
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