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Insomma la passione letteraria di Vic (resa manifesta anche da reading di John Fante tenuti in giro per l’Italia col fido Cinasky) si riflette nella composizione dei suoi testi, dove i termini usati sono in molti casi desueti e di chiara derivazione letteraria, quasi un ribellarsi di fronte a testi che vengono dal parlato più spicciolo e che, per tale ragione, si rivelano spesso molto banali perché ignorano l’ammonimento di Saba: la rima fiore-amore è la più difficile di tutte se non si vuole scadere nel deja vu di basso gusto. Ma questo non può succedere ad un cantautore che si ispira ai versi di Machado, decantandoli al concerto (Modena, alcuni anni fa) in apertura di una stupenda canzone, purtroppo eseguita di rado (“Camminante”), nella seguente maniera: “Viandante, per te strada oggi non c’è. Camminando, strada si farà”; la dichiarazione è di un certo rilievo sull’importanza del caso nello svolgimento delle nostre esistenze e sull’assenza di un destino precostituito, già assegnato dal primo vagito. Infine, per chiudere degnamente la sezione letteratura, c’è da ricordare la canzone “Pioggia”, contenuta nell’album “Il ballo di San Vito”, in cui mi sembra di riconoscere la suggestione joyciana della neve, che cade chiudendo lo stupendo racconto “I morti”, trasfigurata in una più familiare pioggia padana che tutto avvolge, anche “le campane delle pievi romane”. Un’altra sezione di un certo rilievo è rappresentata dai recuperi d’autore, cioè dalle canzoni (più o meno) famose riprese da Vic, un settore poco fornito ma molto interessante. La citazione d’apertura la merita sicuramente “Estate” (in “Live in Volvo”, 1998), hit di Bruno Martino che è quanto di più strano sia stato cantato sull’estate, perché è una canzone di assoluta tristezza che ribalta tutti i luoghi comuni sulla stagione più calda. Il brano non è nuovo a riedizioni, dato che è stato ripreso qualche anno fa da Joao Gilberto in un solo chitarra magnetico e non è da escludersi che Capossela sia rimasto impresso da questa versione. All’opposto di questo ritratto in nero dell’estate si colloca “Il pugile sentimentale”, scatenatissima chanson di Vladimir Vysotskij adattata da Sergio Sacchi, il cui ritmo travolgente è il degno epilogo dello scatenato live dalla partenza lenta e, come i fondisti di una volta, dall’uscita alla distanza con un crescendo di ritmo impressionante; in ogni caso la canzone è notevolissima ed è seguita dal commiato di Vic Damone col saluto beneaugurate che spesso usa nelle serate-nottate canore: salut, dinero & amor. Sulla scia dei revival (e sempre compresa nel live) c’è poi “Cristal”, che “fragil del cristallo fu il mio amor”, una di quelle canzoni d’amore tagliente che ti si imprimono dentro forse per quel suono della fisarmonica che emerge sopra la chitarra e che sembra un lamento disperato come solo quelli senza speranza riescono ad essere. La sezione revival non può che chiudersi con “Little” Jimmy Scott, un cantante americano affetto da una patologia rarissima che lo ha imprigionato in un corpo di bambino ma che non gli ha impedito di sviluppare una voce tagliente che usa in canzoni d’amore di una dolcezza infinita. Capossela si è impegnato nella diffusione della sua opera scrivendo qualche anno fa un articolo per “Musica!” (settimanale di Repubblica) e introducendolo personalmente al concerto che il cantante americano ha tenuto a Roma all’Auditorium del Massimo.Quella sera, davanti ad una platea ridotta, Jimmy Scott si è prodotto nella interpretazione di una serie di canzoni celebri ammaliando letteralmente l’uditorio anche se, a parere dello scrivente, la voce acuta del piccolo uomo in smoking deve aver conosciuto tempi migliori, forse ante stravizi che hanno segnato la vita di questo (oramai) oggetto di culto. E infine (in fine solo perché ci sono comunque dei limiti anche per gli articoli pedanti sui cantanti, non perché sia esaurito l’argomento Capossela) ci sono le canzoni d’amore. Se siete di quelli che odiano le canzoni che parlano di cuore infranto allora leggete con cura quanto segue, perché potreste scoprire che si può parlare d’amore senza scadere nel patetico ma con molta dignità nel dolore perché, ovviamente, l’amore è sempre insoddisfatto e triste e perché, riprendendo Kerouac, Capossela sostiene che la vita è troppo triste per divertirsi continuamente. Nell’ordine si parte con “Che cossè l’amor”, probabilmente il più grande successo di Vic per via del passaggio cinematografico in “Tre uomini e una gamba”.E qui non so cosa dire. Perché vorrei aver registrato, una notte modenese di qualche anno fa, l’introduzione alla canzone che fece Capossela al concerto, un discorso fitto, senza pause fra le parole in cui si introduceva il fantomatico personaggio del Rey che, una volta introdottosi nel locale conosciuto, silasciastancamenteandaresuldivanoesclamando: ma, in fondo, checossèl’amor? E poi via con la musica coinvolgente in un crescendo del pubblico per una canzone giustamente famosa dalle atmosfere latinoamericane. Sul settore amore, meno ritmata della precedente e molto più triste, si colloca “Ultimo amore”, un mariachi emiliano che racconta la storia di una solitudine lenita, curata ed infine abbandonata da un’altra solitudine più forte di qualsiasi legame che impressiona per il senso di pietà umana, dolente ma non strappalacrime, che avvolge un racconto triste. Non può mancare in questa arbitraria scelta, direttamente dall’ultimo album, “Con una rosa”, stupenda musica romantica in cui Vic si rasserena nello scegliere il colore di una rosa con cui cercare la sua bella. Ma la mia preferita rimane “Camminante” , da “Camera a sud”, un ritratto molto sereno di un uomo che dice no “per non cadere pronto nell’amore che non voglio” ad una ragazza che “ha masticato muta un benvenuto”, un perfetto saluto di una fanciulla arrabbiata: se mai vi è capitata una situazione analoga “Camminante” è la vostra canzone. L’ultimissimo punto della dissertazione è sui rapporti fra Capossela e Tom Waits. È innegabile che il cantante californiano abbia costituito un punto di riferimento molto forte per Capossela, sia nei primi passi (molto romantici per entrambi) che negli sviluppi, con la ricerca sonora sempre tesa a scoprire suoni e rumori nuovi da utilizzare per le proprie composizioni. Il mutamento di Waits è, però, stato più radicale anche se ora anche lui è un po’ tornato sui suoi passi e comunque, per quanto mi riguarda, ritengo ovvio che un cantante si ispiri ad un altro, perché se non sei uno sprovveduto non puoi ignorare che c’è tutta una storia prima di te in cui cercare le tue radici, anche se queste si trovano ad un oceano di distanza. E se si deve cercare qualcuno cui ispirarsi, meglio Tom Waits che altri, dato che il buon americano ha molto da insegnare sul genere musica a tutti. E qui si chiude il brave excursus su Vinicio Capossela; per chi ne volesse sapere di più i suoi CD sono quasi tutti in offerta a 10 € e quindi non potete accampare scuse di prezzo. Altrimenti compratevi il CD di Denis Fantina e vivete sereni. Ma meno da uomini. Molto meno. E all’una e trentacinque circa niente swing trascinante ma una bella replica di –saranno famosi- Salut, dinero & amor
Articolo del
17/12/2002 -
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