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Questa volta iniziamo dalla fine. E’ mezzanotte e un minuto e il concerto dei Lemonheads si è appena concluso sulle note di “If I Could Talk I’d Tell You” (da “Car Button Cloth”). Tuttavia le luci sono ancora spente e il pubblico accenna una (non troppo convinta, per la verità) richiesta di bis. Due-tre minuti dopo una testa non meglio identificata (Evan Dando?) fa capolino dal retropalco, afferra una sedia di metallo e la scaglia con forza - con disprezzo - verso le prime file. Per loro fortuna i due ragazzi sulla linea di lancio hanno buoni riflessi e riescono a respingerne l’urto, evitando così di finire all’ospedale, un rischio che - vi assicuriamo - c’era. Ok, abbiamo capito, il concerto è definitivamente finito e non ci sarà nessun extra, nessuna “Mrs. Robinson”, e allora vattene a scopare il mare, Evan Dando… Dopo la cosiddetta “rissa” con i Babyshambles al Piper, quindi, un altro concerto romano che lascia cospicue tracce di violenza. Ma a differenza di quella di Pete Doherty & Co., che era da Circo Barnum, la violenza eruttata da Evan Dando e Lemonheads è stata reale, originata da sconfitta e frustrazione, e proprio per questa ragione ha prodotto nei malcapitati testimoni un senso di tristezza più che rabbia o voglia di rivalsa (giocando a frisbee con i CD dei Lemonheads presenti in casa, magari…?) Già il modo in cui la serata era incominciata prometteva poco bene. Non più di dieci persone ad assistere all’onesto supporter Eugene Kelly (ex-Vaselines) proporre le sue dolenti ballate scozzesi, che diventano un’ottantina (e paganti chissà...) quando alle 23 in punto i Lemonheads salgono indolentemente sul palco. Prima delusione: al basso e batteria non ci sono Bill Stevenson e Karl Alvarez, storici membri dei Descendents che hanno collaborato con Dando sull’ultimo disco, ma gli illustri sconosciuti Vess Ruhtenberg e Devon Ashley del gruppo di Indianapolis The Pieces. Per ultimo, come da prassi, arriva Dando, oggi 40enne e assai più dimesso rispetto al semidio WASP dei bei tempi andati, meno imponente di come ce lo aspettassimo (ad occhio non arriva al metro e ottanta d’altezza), uno zuccotto calato sulla chioma dorata e una sbiadita t-shirt di Rod Stewart fuori dai jeans. All’epoca sarà stato pure con Wynona Ryder, ma stasera Evan Dando pare (quasi) uno sfigato qualsiasi. Partono svogliati e meccanici, i nuovi Lemonheads, con “Different Drum”, vecchio pezzo che pochi in platea paiono conoscere, poi è “Great Big No” (magnifica, ma un po’ di energia!, per la miseria…), “Down About It”, “Alison’s Starting”, “Hannah & Gabi”, il nostro “favourite” personale “Hospital”… Ma non c’è niente da fare, il concerto non decolla, Dando sembra avere sonno, o forse è ubriaco o alterato; qualunque sia la causa del suo malessere, è evidente che vorrebbe trovarsi da qualsiasi altra parte, piuttosto che a suonare di fronte a quattro sparpagliati gatti, la metà dei quali reduci del ‘93. Eppure la scaletta sarebbe a prova di bomba: “Let’s Just Laugh” è uno dei migliori brani del nuovo album, “It’s A Shame About Ray” è cantata da tutti in coro e anche le nuove “Black Gown” e “Become The Enemy” sono composizioni di tutto rispetto che non sfigurano nel canone di Evan Dando, ma stasera pare tutto molto triste, insignificante e inutile. Le sparano una dopo l’altra, le loro pop-punk songs, Dando e comprimari, dopo una sequela di “one-two-three-four” da catena di montaggio, dando a intendere di aver voglia di chiudere la pratica prima possibile. Passano “Ride With Me”, “My Drug Buddy”… fino a “If I Could Talk I’d Tell You” con la quale viene messa insieme un’ora tonda di concerto: il contratto è rispettato (supponiamo) e si può togliere il disturbo senza manco prendersi la briga di salutare. Poi il “fattaccio” della sedia, inattesa (ma, a pensarci bene, coerente) coda di un’esibizione che – dal primo all’ultimo minuto – è stata sciatta e svogliata, in definitiva pietosa, e in netta controtendenza rispetto all’eccellente livello dell’ultimo CD “The Lemonheads”, che ci aveva illuso facendoci sperare in un ritorno trionfale. Il giorno dopo, sul forum del sito web di Evan Dando, abbiamo avuto modo di leggere i commenti esterrefatti dei testimoni dello “scempio dell’Alpheus”, alternati con quelli più morbidi e giustificatori dei fans assenti. Per darvi un’idea del prevalente sdegno, riportiamo uno spezzone delle impressioni di Clara, grande estimatrice di Dando dall’epoca di “It’s A Shame About Ray”. (Di cui, se volete, potete leggere la versione integrale sul blog della fanciulla: "http://claravu.blog.kataweb.it)
“C’era poca gente, come immaginavo, lui sembrava che suonasse per farci un favore (16 euro a persona). Canticchia per un’ora scarsa, sguardo assente o occhi chiusi tutto il tempo, neanche il tempo per applaudire tra una canzone e l’altra e alla fine neanche si applaudiva più. Ad un certo punto butta la chitarra sull’amplificatore e scappa via. Il pubblico lo chiama, lui si sporge dal backstage, ci mostra i suoi alternativi diti medi e tira una sedia che finisce addosso ad una coppia che stava in prima fila. Ma sai che ti dico? Ma vaffanculo, va! Ma datte foco! Ma chi ti credi d’essere, Axl Rose? Jim Morrison? Elvis? Tornando a casa ero imbufalita. Quanti sentimenti sprecati, quanti Uniposca consumati inutilmente sulla Smemo.... per uno stronzo drogato che a 40 anni ancora fa il pischello grunge e cerca di vivere della sua luce riflessa di 15 anni fa.”
Articolo del
12/11/2006 -
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