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Al termine di una massacrante giornata con sveglia alle 6 - doloranti sfiancati ed esausti – siamo consci di poter a malapena gustare il concertino leggero e poco impegnativo dei neofiti londinesi Vincent Vincent & The Villains ma di non possedere (più) invece le risorse mentali e fisiche per apprezzare il post-rock quadrato e senza compromessi dei pennsylvaniesi Don Caballero, in una delle accoppiate più incongrue che locale romano abbia mai visto. Ci proviamo ugualmente, però, arrivando in sala quando Vincent e i suoi tre “cattivoni” dell’East End hanno appena preso posto sul palco. E sono più o meno quello che ci si aspettava: VV & The V, dal nome che volutamente richiama Gene Vincent & The Blue Caps, suonano – e si addobbano, con ciuffi brillantina e cappellini modaioli - in uno stile a cui un tempo avremmo affibbiato il (buon vecchio) termine “punkabilly”, divenuto però vetusto e polveroso, e quindi definiamola “good time music” e nulla più. Ma c’è di più: hanno un cantante (tal VV, appunto) che crede di essere Joe Strummer e alcune canzoni paiono dei remake di “Brand New Cadillac” da “London Calling”. In definitiva, sono la classica band inglese (post-Libertines?) senza pretese che ti fa passare una buona serata senza farti sentire in colpa se esci dal locale dieci minuti per fumare una sigaretta. E hanno anche qualche buona canzone; ci riferiamo non tanto al singolo per la EMI (con cui hanno appena firmato un contratto) “Johnny Two Bands” che non pare trascendentale; piuttosto alla rutilante “Blue Boy” – già uscito per Rough Trade - e alla nuova brillante “Jealousy & Bitterness”, che dovrebbe trovare spazio sull’album d’esordio previsto per i primi del 2007. Aldilà delle prime superficiali suggestioni, però, i VV & V hanno poco a che vedere con i Clash, e anche con gli Stray Cats; piuttosto fanno tornare in mente quegli altri caciaroni UK fine anni ’80 che andavano sotto il nome di King Kurt… Ci lasciano dopo una quarantina di minuti; e dopo un altro quarto d’ora in cui troviamo modo di rimediare il gadget della serata (un pettinino alla Fonzie siglato Vincent Vincent), entrano i più ispidi Don Caballero da Pittsburgh in Pennsylvania, orfani della chitarra prodigio di Ian Williams (rimpiantissimo) ma con il leader Damon Che ben presente che da dietro la batteria – messa, nota bene, in posizione frontale - orienta il chitarrista e il bassista chiamati per l’occasione. La loro è materia tosta ispida e cerebrale, per la gioia di un adorante nugolo di affezionati intellettual-metallari probabili lettori di quel certo mensile musicale chiamato come un film di Michelangelo Antonioni. Damon, ragazzone yankee in maglietta a strisce e pantaloncini corti, bisbiglia saluti, presentazioni e (probabili) battute di spirito al microfono mangiandosi un terzo delle parole. Sfrecciano uno dopo l’altro i brani dell’ultimo “World Class Listening Problem” – il disco del ritorno dopo 5 anni di assenza – e riconosciamo anche qualcosa da “2”, e qualcos’altro dai dischi di mezzo. Cibo per la mente più che per le gambe - come era stato con i VV&V -, sferzanti e in molti casi illuminanti strumentali ipnotico-geometrici. “Math-rock”: sicuro, ma “indie-prog” forse gli si attaglia meglio. Qualcuno ci consiglia di guardare con attenzione i movimenti del bassista “che è un mostro”. Boh… In fondo l’unica cosa certa è che il tizio con la maglietta dei Tool in piedi vicino al mixer se la sta godendo alla grande. Va avanti così, duramente, matematicamente, progressivamente per circa un’ora, e quando si congedano Damon Che e compagni ricevono una prolungata sentita ovazione. Uscendo dal locale abbiamo qualche “listening problem” ma possediamo diversi indizi sul fatto che i Don Caballero siano - tuttora -un gruppo di “world class”. Da rivedere, probabilmente, dopo una giornata di purissimo ozio passata a pettinare le Barbie.
Articolo del
24/11/2006 -
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