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Immaginate un futuro (molto prossimo) in cui la smaterializzazione della musica cui assistiamo oggi sia ormai giunta a compimento, anzi al culmine. Un futuro in cui – grazie alla sconfitta della pirateria – i dischi si comprano solo online – si scaricano sul proprio Telepod – e si paga anche quando si trasferiscono da un supporto all’altro. Un futuro, soprattutto, in cui la vera musica – quella delle cantine, delle sale prova, dei locali appiccicosi - non esiste più: la musica è programmata, sintetica, figlia di software e campioni, lontanissima parente della sua versione creativa ed artistica. I dischi si chiamano “Frugami nella cartella” e i cantanti (tipo Loli-Zeé) sono poco più che manichini tutti uguali a se stessi. Il prodotto musicale è in pugno ad un’unica multinazionale – Musica Unica – che ha lasciato agli altri solo briciole e che detta legge grazie alla sua spietata organizzazione aziendale, in grado di programmare chirurgicamente il comportamento d’acquisto delle persone grazie a strategie di marketing che hanno a dir poco raggiunto una durezza scientifica pari a quella della fisica nucleare. Ecco. Dentro quest’incubo fra i peggiori sognabili – che però è dietro l’angolo, tenetelo a mente – incastonateci Franck Matalo, potentissimo amministratore delegato di Musica Unica. Per gli azionisti un money-maker, un cost-killer cui accordare fiducia senza discussioni. Per i dipendenti, un assassino e un mito. Per il pubblico, semplicemente mister Disco. E’ dal suo tribolato punto di vista che si snoda una storia divertentissima e terrificante. Attraversata da un filone intimista spiazzante e decrittabile – dal lettore – pian piano. Che si svela in accordo e sintonia, quasi come controcanto di quanto accade fuori. Insomma: un mondo in cui è lecito dire, senza paura di contraddirsi, la musica è morta-la musica regna. Mettete che un giorno Franck Matalo – causa un fattore scatenante che lo porta a riflettere sull’inferno culturale che ha contribuito a costruire – decide di cambiare decisamente rotta. Anzi: di dare una spallata mortale a Musica Unica. Sistemarle una bomba nella pancia. Farla rimanere senza un quattrino. Unico modo per farlo: produrre faraonicamente un progetto destinato sin dalla nascita al fallimento. Puntare tutto – volontariamente – sulla carta sbagliata. Suicidarsi fingendo di puntare all’ennesimo progetto vincente. Accompagnato dall’ignaro – ma fedele come un cavallo stupido coi paraocchi – product manager Francois-Xavier Waterfort, Matalo individua fra le caterve di demo stoccate nei seminterrati di Unica il peggior gruppo francese concepibile. Gli Intestino. Quattro sciagurati zoticoni di Limoges che non sanno suonare, strillano, si rotolano e non cercano che droga e fica, epigoni ridicoli di un’epoca, quella del punk-rock, ormai finita da decenni e della quale sono ormai rimasti solo i jeans sdruciti e le giacche di pelle con le spille. Sembra la band giusta per mandare zampe all’aria l’intero impero discografico: investire tutto su gli Intestino. Farne il centro di ogni euro speso da Unica. Fallirà sicuramente, riscattando così Franck da tanti anni trascorsi a rinnegare il suo passato di musicista e a costruire un futuro di plastica. Ovviamente, la cosa non andrà esattamente come Franck credeva potesse svilupparsi: “Casino”, il primo, volgarissimo singolo degli Intestino, sbanca inspiegabilmente il mercato dei downloads, dando il via a una serie di peripezie tragicomiche che, volente o nolente, porteranno Franck a fallire nel suo piano di redenzione. E’ un romanzo velocissimo, freschissimo, pieno di ritmo. Scritto – e soprattutto tradotto – con grande sapienza, mantenendo quella sottile ironia e quel forte sarcasmo iniettati in ogni parola usata dal giornalista francese Thomas Clément. Una storia che – come tutte quelle che proiettano i protagonisti in un futuro prossimo pieno di cose brutte – spinge ad una riflessione nemmeno superficiale sull’industria discografica di oggi. Ma soprattutto ti fa gustare una narrazione a tratti esilarante, che non si risparmia profonde tirate intimiste incorniciate in un continuo bombardamento di sequenze a metà strada fra la comicità e la disperazione. Cattivo e lancinante, come dev’essere un romanzo sulla (terapia intensiva della) musica.
[Non posso esimermi dal riportare, qui di seguito, il testo integrale senza censura di “Casino”, pezzo di punta degli Intestino, band protagonista del romanzo]
“Puttana se mi sballa tua sorella, quella troia mi sa che in ascensore me la spacco, sai che gioia. Ma cazzo, forse forse son troppo pochi i piani, se si agita la lego, con l’asciugamani. Mi scolo mille birre, mi sparo dieci seghe, non faccio che pensare a quel suo culo millerighe. Mi devo sganciare, mi devo sfogare, mi devo spaccare, Mi devo schiaaaaantaaaaaare. Casino, cazzo che casino…”
Articolo del
02/12/2006 -
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