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Se ne è fatto un gran parlare. Un gran coro di voci, per lo più entusiastiche, tanto da parte della critica, ingorda di novità, quanto soprattutto da parte dei fan, che seguono ormai i due gruppi, Soundgarden e Rage Against The Machine, da anni. Sì, perché gli Audioslave, per chi non l’avesse ancora capito, nascono dall’incontro di Chris Cornell, cantante/leader dei soundgarden, con Morello, Commerford e Wilk, rispettivamente chitarrista, bassista e drummer dei Rage Against The Machine. Farò comunque un’eccezione: tenterò di non unirmi al coro di voci unanimemente positive e cercherò di avanzare, laddove possibile, una qualsivoglia osservazione discordante. Perché a me non interessa tanto andare ad indagare i retroscena, il caleidoscopico rincorrersi di notizie, conferme e smentite, di lanci pubblicitari e compromessi discografici, non interessa andare a curiosare deliberatamente nella carrellata di news, vere o false che siano, quanto piuttosto soffermarmi sui contenuti. Con ciò non voglio negare che la vita, il contesto culturale ed artistico all’interno del quale i musicisti si muovono esprimendo le proprie idee ed il proprio modo di essere, non siano importanti per capire la valenza musicale di un gruppo, per intenderne il “messaggio”, anzi. Ma negli ultimi decenni si è passati ahimé sempre più da una descrizione introspettiva e a volte persino epica della vita degli artisti ad una descrizione beceramente consumistica, strumentale, finalizzata o subordinata all’andamento delle vendite discografiche e degli indici di ascolto. Puro marketing, né più né meno. Il debutto degli Audioslave non si è per nulla discostato da questi binari. Stessa logica, stesso tormentone: i fan gioiscono nel riascoltare i loro eroi ed è come se Attila e Toro Seduto, da un capo all’altro del mondo, si siano dati consesso per combattere a colpi d’ascia e martello, di proclami e grandi bevute, l’odiato nemico. Che è poi lo stesso che ha costruito il marchio “Audioslave”, che ne ha lasciato rimbombare via etere il fragoroso ruggito, che ha puntato i riflettori sulla nuova creatura, già lacera ed incatenata ancor prima di nascere. E questo nonostante i due gruppi - Rage Against The Machine in prima fila - siano da anni notoriamente impegnati sul fronte della lotta politica, in particolare a quel tipo di sistema, di “leviatano discografico”, che è oggetto di critica comune da parte delle recenti generazioni. Così, per una “rimpatriata” in famiglia, all’ombra dei vecchi ideali, non avrebbero potuto scegliere di meglio che un brano di debutto come “Cochise” (dal nome del grande capo indiano), un brano energico e coinvolgente, un rock-blues di vaga memoria zeppeliana, quanto basta insomma per infervorare gli animi e riaccendere le non ancora sopite passioni, per far capire che “essi” , gli eroi, sono ancora lì, vivi e vegeti. Molti hanno entusiasticamente salutato questo disco come un ritorno al rock delle origini, quello duro e puro, per intenderci, non contaminato dalle varie esperienze musicali che si sono succedute nel corso degli anni, “grunge” e “nu metal” in testa. In effetti, l’allontanamento di Zack De La Rocha dai Rage Against The Machine, il cantante politicizzato e socialmente impegnato che molti consideravano come una sorta di Manu Chao del rock duro, e la successiva sostituzione dello stesso con Chris Cornell, meno politicizzato, ma ruvido, graffiante ed appassionato e non meno incendiario del primo, è parsa agli occhi della critica più attenta e dei fans come il tentativo di volersi riappropriare di un rock-blues incontaminato, istintivo, essenziale, dai toni e dalle movenze energiche e vigorose. Tentativo che è stato interpretato come un genuino ritorno alla tradizione dell’hard rock, come una sorta di disintossicazione da quel tipo di sound targato Seattle, di cui proprio Chris Cornell è stato icona ed emblema per diversi anni e come una sorta di rinuncia ad alcune contaminazioni metal e rap che pure, così a lungo, avevano contraddistinto la musica dei Rage Against The Machine. Un’inversione di tendenza, insomma, in un epoca in cui la parola d’ordine sembra essere appunto - non soltanto per il pop-rock, ma anche per altri generi musicali – “contaminazione”. Altro motivo di entusiasmo per la critica è che con questo disco Chris Cornell sembra finalmente uscito da quel momento di incertezza e di stallo che aveva caratterizzato la sua ultima produzione con i Soundgarden: dischi alquanto scialbi, senza una direzione ben definita o un progetto musicale convincente, sostenuti vieppiù da una voce fiacca e manieristica, certo collaudata, ma che vive di rendita. Proprio per questa ragione, molti hanno salutato gli Audioslave come gruppo dell’anno insieme ai Foo Fighters e ai Queens Of The Stone Age. In realtà, i Foo Fighters hanno prodotto un disco serio, non innovativo (dato che il sound è ancora troppo influenzato dai Nirvana) ma senz’altro vitale, ricco di spunti interessanti e soprattutto coinvolgente, mai scontato, mentre i Queens Of Stone Age si sono spinti a sperimentare un linguaggio personalissimo, che ricorda a volte i migliori Soundgarden, ma che riesce comunque ad essere autentico, a non stancare, anzi a sorprendere l’ascoltatore con continui cambi di scena ed innovazioni, peraltro sostenute da una chitarra notevolissima. Invece il disco degli Audioslave mi pare indeciso, ondivago e nemmeno tanto originale. Dal punto di vista dello stile, appunto, non è né Soundgarden né Rage Against The Machine né altro (perché per essere altro dovrebbe liberarsi degli influssi di entrambi e procedere spedito verso la ricerca di sonorità proprie), mentre dal punto di vista dei contenuti, non ne ho intravisti molti, eccetto forse il tentativo di resuscitare un certo tipo di rock-blues, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare qualcosa in più di una semplice espressione d’un genere musicale: cioè uno stile di vita, un modo di sentire. Ma paradossalmente è proprio questo che non mi convince appieno. Innovare, avere qualcosa da urlare “contro”, da dire senza peli sulla lingua, significa partecipare, essere vettori di un cambiamento in atto, di un’evoluzione di idee e gusti musicali. Soltanto pochi gruppi riescono a mantenere in realtà un contatto lucido e vivo nel tempo con i cambiamenti in atto (mi riferisco ad esempio agli U2), mentre la maggior parte degli artisti finisce col perdere questa prerogativa: recitano sul palcoscenico un ruolo che il mercato o i fan gli hanno imposto, continuano a sopravvivere all’ombra della propria immagine. Non vorrei per questo spingermi oltre in un giudizio che alla fine potrebbe apparire inopportuno se non addirittura iniquo, per cui mi affretto subito a precisare che il rock propostoci dagli Audioslave resta comunque un buon rock, che i tentennamenti fra uno stile e l’altro sono sovente inevitabili, che la voce di Chris Cornell rimane in ogni caso una delle voci più intriganti ed espressive che la storia del rock (non soltanto quella degli anni ’90) ci abbia regalato Tuttavia, per chi abbia conosciuto i Soundgarden incandescenti, tellurici e protervi di “Badmotorfingers” o i Rage Against The Machine spietati ed implacabili di “Evil Empire”, che come sadiche trivelle, caterpillar ingiuriosi ed irriducibili avrebbero volentieri raso al suolo a colpi di calci, pugni e testate le fondamenta del mondo, sa bene che di una rimpatriata si tratta, e non di un esperimento “vivo”, né di una proposta rinnovatrice, perché per fare questo ci vuole ben altra grinta, ben altra rabbia, ben altro coinvolgimento. L’operazione vuole metter su un “supergruppo”. Sembra di essere ritornati quasi agli anni ’70, quando andava di moda riunire i musicisti più famosi in un supergruppo. Ma l’esperienza insegna che, difficilmente certe operazioni funzionarono allora e difficilmente possono funzionare oggi, dove le leggi del mercato sono senz’altro più spietate, ferree ed invasive e dove nulla si muove che non sia dettato dai calcoli di una major discografica. Manca insomma quello spirito che solo può manifestarsi quando un fenomeno sta nascendo, prendendo corpo, invadendo la scena. Il “grunge” ebbe un senso agli inizi degli anni ’90, gli anatemi dei Rage successivamente hanno accompagnato anni di lotta e di ribellioni nei confronti della società globalizzata. Tom Morello continua a vestire i panni del comunista, dell’attivista, mentre Chris Cornell continua a commuoverci con la sua voce graffiante, arrovellata, scontrosa e beffarda, ma in un certo senso romantica, non più tracotante e sfrontata come in “Face Pollution”, uno dei brani “scatenati” di Badmotorfingers. I pezzi si susseguono ad ogni modo incalzanti, da “Cochise”, di cui abbiamo parlato in apertura, a “What you are”, uno degli episodi senz’altro migliori del disco, fino a brani come “Now I’m Free”, “I Am the Highway”, “Like a Stone”, ecc. dove Chris mette in evidenza ancora una volta le infinite possibilità timbriche della sua voce, giunta ormai a maturità, in una gamma di interpretazioni ed umori davvero ragguardevole, mentre i Rage esibiscono dal canto loro tutta la robustezza, la compattezza e la potenza del loro sound, che unita alla spazialità roboante dell’ex Soundgarden, finiscono comunque col regalarci un rock denso, a tratti incandescente, impreziosito di volta in volta dagli assoli di chitarra ben calibrati e ripartiti di Tom Morello. L’impressione è che, se davvero gli Audioslave ambiscono a diventare un supergruppo, indipendentemente dalle operazioni commerciali che, come è inevitabile, vi stanno dietro, dovrebbero innanzitutto sfrondare la loro musica dalle reciproche influenze Soundgarden / RATM, che rendono l’intero progetto ancora troppo incerto ed ambiguo, privo di un gusto definito, quindi dovrebbero ricercare delle motivazioni non soltanto musicali, ma culturali, artistiche, politiche ed interiori che diano spessore al progetto, che illuminino il percorso e coinvolgano gli ascoltatori in un insieme di nuove sensazioni, pensieri, speranze. Non si può pretendere di affidare l’immagine del gruppo ad uno scoop, per quanto ben riuscito, come quello che ha visto accompagnare il singolo “Cochise” da un videoclip i cui effetti scenici (a detta di Morello “pirotecnici”) prevedevano l’esplosione di bombe che hanno allarmato i cittadini della zona in cui si svolgevano le riprese, tanto che i centralini delle stazioni di polizia sono stati letteralmente sommersi di telefonate impaurite, che chiedevano con preoccupazione se i boati che si sentivano tutt’intorno fossero da attribuirsi ad attentanti terroristici. E’ evidente il tentativo di sbalordire, di giocare tutto sull’effetto sommatorio che l’accoppiata Soundgarden / Rage Against The Machine avrebbe dovuto indurre nell’ascoltatore, al quale sarebbe parso davvero di trovarsi di fronte ad una bomba ad alto potenziale, ottenuta mediante la miscela di due degli esplosivi in assoluto più micidiali che la storia del rock contemporaneo ricordi. Ma aihmé, il retrogusto zeppeliano, che alcuni hanno tutto sommato voluto individuare fra i solchi del disco, che non è un difetto, per carità, a maggior ragione se si considera che Tom Morello è un vecchio nonché incallito estimatore di Jimmi Page, rischia, così enfatizzato, così pieno di pretestuosa “pirotecnicità”, di squalificarsi in un tronfio polpettone per nostalgici “duri e incazzati” di entrambe le tifoserie. Inutile negarlo, l’eccitazione derivante da un esperimento di simile portata, per chiunque come me sia stato a suo tempo un patito sia dei Soundgarden che dei Rage Against The Machine, è così alta che si è tentati di chiudere un occhio e soprassedere: così, dopo l’evidente imbarazzo misto ad un tantino di delusione che il primo ascolto dell’album ha suscitato in me, torno inevitabilmente a riascoltarlo, sicuro di ritrovare fra le pieghe nascoste dei brani un’antica emozione, un impeto represso, un’eccitazione costantemente latente. E nonostante seguiti a ripetermi che c’è qualcosa che “non mi convince”, che l’album non sa né dell’uno né dell’altro, che a volte mi sembra di ascoltare gli AC/DC in salsa intellettuale piuttosto che i Led Zeppelin, voglio comunque sperare che gli Audioslave siano veramente il gruppo che ci aspettavamo, ovvero che possano quantomeno diventarlo - con le dovute correzioni di rotta, si intende! Se così fosse, ci troveremmo fra le mani “dinamite allo stato puro” e non semplici banalità o marketing di basso profilo!
Articolo del
07/01/2003 -
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