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Erano dieci anni che non suonavano a Roma, quella sera fecero da opening act ai Cradle Of Filth, in seguito poi dei manager troppo premurosi li avevano sconsigliati “There is no heavy metal audience in Rome, it’s no good playing in Rome for metal bands!” Se quelle stesse persone avessero potuto verificare il sold out degli Opeth per il concerto di questa sera all’Alpheus, se quegli stessi individui avessero potuto mescolarsi al pubblico eccitato e rombante che riempiva ogni angolo del locale, beh avrebbero avuto più di un motivo per ricredersi. Sotto la guida di Mikael Akerfeld, chitarrista, cantante e principale songwriter della band, gli svedesi Opeth, originari di Stoccolma, avevano cominciato a farsi conoscere intorno al 1990 come una delle tante orrorifiche e devastanti death metal band. Molta strada e molti dischi sono passati da allora, il gruppo si è evoluto, e non poco, accanto all’aggressività micidiale degli esordi si è sviluppato il gusto per un sound che contenesse elementi melodici e progressivi fino a creare quello stile unico che ha reso gli Opeth famosi nel mondo. Nel 2005 la formazione scandinava ha completato il suo ottavo lavoro, “Ghost Reveries”, uscito per la Roadrunner Records, efficace sintesi fra gli aspetti più raffinati e quelli più estremi propri del gruppo. Li ritroviamo questa sera sul palco dell’Alpheus nell’ultima line up conosciuta con un Mikael Akerfeldt, un vocalist tenebroso che però è capace di essere maledettamente melodico, un sempre più divertente ed ironico, che favoleggia di sesso e di amenità varie, con Peter Lindgren, chitarra solista, potente, miagolante e pomposo, con Martin Axenrot alla batteria,e l’altro Martin al basso elettrico, e con l’ultimo arrivato. Per Wirberg, alle tastiere. Il concerto è entusiasmante e serrato, non prevede momenti di pausa, i brani hanno una partitura strumentale di tutto rispetto e composizioni come “Ghost of Perdition”, “Isolation Years” e “Reverie / Harlequin” non perdono il loro spessore una volta eseguite dal vivo. Molte le concessioni al vecchio repertorio dei primi Opeth, su tutto la lunghissima, fantastica, “When” tratta da quel “Morningrise”, da molti indicato come il vero capolavoro della band. Vengono eseguiti anche altri brani provenienti da “Deliverance” e da “Damnation” e non manca di stupire quel suono così particolare, un qualcosa a metà strada fra i vecchi Camel, i Celtic Frost e i Morbid Angel. “We like Dark Evil Metal Music!” grida Mikael prima di salutare il pubblico “Non passeranno più dieci anni, torneremo alla fine della registrazione del nuovo album!” E’ più di una promessa, quello che serve per placare gli animi dei tanti esponenti del metal romano presenti in massa, compatti e vocianti in una fredda serata d’inverno, disposti ad invocare solo negli Opeth gli antichi abitanti della città della Luna!
Articolo del
19/12/2006 -
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