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Ci sono modi per iniziare bene o male l’anno nuovo. La morte di Giorgio Gaber è stato un modo desolante per cominciare. Ma non e’ di questo che voglio dire, visto che poi ognuno la pensa come vuole: c’e’ chi si accascia terribilmente, chi non si riprende più, chi prega ed è consapevole che ci si incontrerà tutti più avanti, chi se ne frega. L’Italia che se ne frega e’ stata però percorsa e inconsapevolmente percossa dalla notizia della scomparsa di questo signore che non si sapeva neanche come chiamare: Cantautore? Mah, lui non ha mai fatto parte della canzone d’autore, non ci si e’ mai riconosciuto. Attore? Difficile dirlo per uno che non ha mai recitato un testo di Shakespeare o una poesia di Garcia Lorca. Musicista? Ma se è sempre stato snobbato dai musicisti…Cantante di successo? No, non ci siamo, non e’ entrato mai in classifica negli ultimi trent’anni. Anzi si’, una volta, proprio di recente, per l’ultimo disco fatto in vita terrena, ‘La mia generazione ha perso’ (ed e’ sicuro che il bis si ripeterà a fine gennaio, quando uscirà l’album postumo). Un disco che, uscito nel 2001, ha completamente gettato nella confusione il popolo di Gaber. Ma chi è poi il popolo di Gaber? Quello di ‘’Torpedo blu’’ e di ‘’Barbera e champagne’’? O quello di ‘’Polli di allevamento’’ o di ‘’La liberta’’? O ancora quello ‘’di destra’’ degli ultimi anni, l’anarchico diventato il marito della forzista Ombretta Colli? La confusione ha spaventosamente colto tutti quelli che Gaber dicevano di conoscerlo magari per aver canticchiato qualche canzone del primo periodo o per averlo rispettato perche’ portava sempre la cravatta. La confusione ha vinto nel giorno del funerale quando in prima fila, accanto a parenti e amici stretti e al loro comprensibile dolore, si sono piazzati Berlusconi, Albertini e via, via a seguire, appropriandosi della memoria di un uomo senza che questi gliene avesse mai dato il permesso. Il tempo passa, però: e così è passata la tristezza di quel Capodanno, è passata la confusione di quel funerale, l’emozione della tanta gente sincera per cui Gaber era stato un maestro di vita, uno più saggio, uno coerente fino in fondo: da quando cantava ‘’Chiedo scusa se parlo di Maria’’, mettendo al centro della sua vita l’amore per una donna, indispensabile per capire ‘il Vietnam, la Cambogia, la realta’’, fin quando ha confermato di mettere al centro della sua vita la voglia di continuare ad amare e a difendere la donna amata, di certo appartenente a un partito da lui vituperato, sbeffeggiato, fustigato in decine di versi delle sue canzoni. Resteranno le canzoni, le immagini e i ricordi dei suoi spettacoli da consegnare alle nuove generazioni perché ne facciano tesoro e le tengano a mente (anche se nella canzone postuma che uscirà il 24 gennaio, suonata al funerale, lo stesso Gaber invita a ‘’Non insegnare ai bambini’’ questo tipo di cose che appartengono al passato). Restano le parole di un uomo mai conciliante, sempre scomodo e per questo assolutamente impossibile da comprendere da quei superficiali dei politici: sarebbe stato bello se Berlusconi invece di citare il Giambellino avesse ricordato le parole di ‘Io se fossi Dio’, per esempio il verso sui politici (quando Gaber, quello fatto passare dopo la morte per uno conciliante e discreto - discreto!! ha scritto il presidente della Repubblica di questo Paese- urlava: ‘Io se fossi Dio nel regno dei cieli non vorrei ministri, perché la politica è schifosa e fa male alla pelle…hanno certe facce che a vederli fanno schifo, che sian untuosi democristiani o grigi compagni del Pci…’’) o le ‘’gentili’’ parole dette su Aldo Moro pochi mesi dopo la morte. A quelli cui Gaber manca davvero non resta che ascoltare e ascoltare le sue canzoni, ridere guardando al funerale quei papaveri che diventano ogni giorno più brutti pensando a ‘Seconda ricorrenza: il signor G muore’, la canzone che chiude il suo primo spettacolo teatrale, in cui a dare addio a G andavano tutti, ‘’anche quello con gli occhiali che sta li’ tutto sudato, lo avro’ visto due o tre volte da quel giorno che son nato’’. Sicuri che, passato il dolore, la confusione e l’emozione, ci renderemo conto ancora una volta che i giornalisti sono tutti cialtroni: state allegri, è una menzogna. Macchè morto, Gaber è vivo, basta saperlo ascoltare.
Articolo del
10/01/2003 -
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