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Per Jarvis Cocker il passato con i Pulp è un capitolo archiviato, ma chi pensava che l’artista di Sheffield avesse perso la tradizionale verve è stato prontamente smentito. Che il filosofo del brit pop fosse un tipo estroso non è mai stato un mistero e per averne un’ulteriore prova l’altra sera ai Magazzini Generali non è stato necessario neppure aspettare che venisse il suo turno. Le sorprese, infatti, sono iniziate sin dall’esibizione del gruppo spalla, e non solo grazie alla sorprendente performance dei Jennifer Gentle ma soprattutto perché, mentre quest’ultimi suonavano, la faccia da liceale secchione di Cocker ha fatto capolino tra le centinaia di persone che non si sono lasciate sfuggire la tappa del tour di “Jarvis”. La sua sortita ha ricordato un po’ la mitica apparizione ai Brit Awards che gli costò addirittura un fermo da parte della polizia per aver osato un’invasione durante lo spettacolo di Michael Jackson. L’incursione milanese è stata certamente meno provocatoria e non si è conclusa tra gli spintoni scatenati dal tentativo di rompere le uova nel paniere al divo di “Thriller”. Però tutti sono stati presi in contropiede allorché, non ancora terminato l’antipasto psichedelico del gruppo italiano, Cocker, attaccato alla compagna a mo’ di trenino, è sfilato impunemente sotto il palco incuneandosi tra la folla a piccoli passi. Nessuno ha osato sfiorarlo o importunarlo. Al suo passaggio si sono aperte due ali di folla che gli hanno riservato la stessa composta contemplazione che di solito accompagna l’ingresso di un guru inavvicinabile. L’entusiasmo si è scatenato all’attacco di “Fat Children”, scelta per l’adrenalinica apertura. Jarvis ha accolto la poderosa ovazione sbucciando, con fare impassibile, un’arancia e tirandone la buccia alla platea. Passa il tempo, ma il timbro naif e vagamente profetico dell’autore di “Common People” non conosce smagliature e continua ad imprimere un marchio indelebile sull’immaginario di quanti l’enciclopedia del rock la sfogliano a partire dalle pagine dedicate agli anni ’70. Se i suoi concerti sono popolati in buona parte da coloro i quali rimpiangono una certa sensibilità che coniuga la carota della melodia con il bastone dell'underground, il taglio dello show sembra studiato apposta per appagare la fantasia di questa legione di nostalgici. Il pubblico resta impigliato nella morsa di una tenaglia che i suoi effetti più velenosi li sprigiona alle battute iniziali e finali: oltre all’opening track, non hanno tardato ad arrivare “Don’t Let Him Waste Your Time” e “Heavy Weather”, mentre alla fase centrale sono stati relegati gli sprazzi più pensosi di “Jarvis”, cioè “I Will Kill Again” e “Tonite”, che ad ogni modo hanno continuato a dare l’impressione di appartenere ad un limbo evanescente. Alcuni nostalgici in realtà sono stati traditi: quelli dei Pulp, accorsi con la speranza di ascoltare qualche hit dello scorso decennio e tornati a casa con un pugno di mosche, a dimostrazione del fatto che alcune suggestioni appartengono solo al libro dei ricordi. Jarvis assume spesso la posa impalata di un predicatore, detta il ritmo dimenandosi come una marionetta, rende il giusto omaggio ai quattro membri della band che comunque non sono sembrati avere particolare voglia di scrollarsi di dosso il ruolo di comprimari. Il suo sarcasmo non ha risparmiato il nostro paese, che lo ha ospitato in una serata fredda e umida mentre l’englishman abituato alle brughiere si aspettava un clima decisamente più mite. E via via sono stati sciorinati i pezzi del disco di debutto, dal cui copione la scaletta non ha deviato se si eccettua l’ultimo, acclamato bis. “Ed ora un brano che risale ad un periodo in cui molti di voi probabilmente non erano neanche nati”: così Cocker ha introdotto l’atto conclusivo che ha fatto retrocedere il calendario allo scenario brulicante e spesso lascivo della New York di trent’anni fa (dai seventies non si scappa). Il sipario è stato calato da un’intensa, impeccabile “Satellite Of Love”, fedele all’originale ed eseguita senza ammiccamenti e divagazioni ironiche. Jarvis Cocker si è congedato da Milano lasciando un’immagine non distante da quella che ci si è figurati sin dai suoi primi passi nella temperie post new wave. L’ex leader dei Pulp non intende dissociarsi dall’idea di scrittura vista come veicolo di denuncia delle ingiustizie e dello sfruttamento. Magari non esiste più un proletariato come quello al quale si è rivolto in passato, ma nell’attuale panorama musicale contraddistinto da un frequente vuoto poetico le sue liriche sono tra le poche ad avere una vera forza intellettuale. E’ vero che da “Jarvis” ci si aspettava qualcosa di più e che forse qualche pedina è stata mossa in direzione sbagliata. Cocker, però, gode di un seguito appassionato, disposto a perdonare al proprio idolo alcune comprensibili leggerezze. E’ un patrimonio prezioso, sul quale pochi possono contare. E che in futuro potrebbe costituire lo sprone a battere nuove strade per risvegliare quella vena che negli ultimi tempi si è parzialmente appannata.
Articolo del
22/01/2007 -
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