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Ronnie Jones
Ronnie Jones live @ Trattoria Arlati - Milano, 8 febbraio 2007
Milano
8/02/2007
di
Andrea Bagnasco
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Qualche notizia di presentazione del personaggio. Ronnie Jones nasce a Springfield, Massachusetts, nel 1937. E’ nero. Ha inciso cinque album. Pesa 120 chili. Ha fatto il deejay. Porta il 52 di piede. Se non addirittura di più. Ha fatto il presentatore in radio e in televisione. Ha interpretato il musical “Hair”. E soprattutto ha una voce incredibile. Non a caso, negli anni ’60, ha diviso i palcoscenici dei locali londinesi con i Rolling Stones, i Cream, Ginger Baker e molti altri fra i più grandi. Sul piccolo palco della Trattoria Arlati è salito prima di lui il Vintage Quartet: due chitarre elettriche, il contrabbasso e la batteria a supportare l’ispirata voce di Max Prandi in indimenticabili pezzi come “I’m On Fire” di Bruce Springsteen, “Call Me The Breeze” di J.J. Cale e “Hound Dog” di Elvis Presley. Già ci sarebbe da scrivere un articolo solo sul loro set: interpretazioni originali e mai scontate, stacchi e dettagli molto curati e assoli davvero entusiasmanti. Poi però sale sul palco Ronnie Jones. Il Vintage Quartet si deve stringere. Ma lo fa davvero volentieri. Prima in un italiano perfetto un paio di aneddoti sugli anni d’oro di Londra. Poi inizia a cantare. I pezzi sono quelli dei grandi. La voce è quella dei grandi. Il magnetismo anche. Impossibile non restare conquistati dall’imponenza del personaggio e soprattutto dal calore delle sue interpretazioni. E’ lui stesso a confessare di non essere arrivato in tempo per le ultime prove del pomeriggio, ma la band lo segue comunque alla perfezione: basta una mano alzata, un pugno che si chiude, che il Vintage Quartet si ferma, riparte e si ferma ancora accompagnando con una naturalezza quasi finta tanto è precisa le improvvisazioni vocali di Ronnie. L’ora e mezza abbondante di set scivola via in un attimo e alterna momenti di sincera emozione, come in “Dock Of The Bay” di Otis Redding e “The Thrill Is Gone” di B.B. King, ad altri più divertenti e scanzonati come nello strascicato finale di “Hoochie Coochie Man” di Muddy Waters, in cui Ronnie Jones inserisce nel testo della canzone i nomi di tutti i membri della band facendogli riservare i doverosi tributi. La chiusura, in un’atmosfera davvero intima e suggestiva, è per “Ain’t No Sunshine” di Bill Withers. Anche qui, i virtuosismi vocali e strumentali sono assolutamente splendidi. E alla fine ci sono solo applausi e ammirazione. E la consapevolezza di avere visto a due metri dal palco un pezzo della storia del blues.
Articolo del
12/02/2007 -
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