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Capita che l’Italia si accorga delle nuove realtà del rock alternativo a scoppio ritardato. È quanto probabilmente sta avvenendo per i Guillemots, che in patria sono già delle celebrità e riescono a richiamare migliaia di spettatori mentre entro i nostri confini si muovo poche centinaia di persone per andarli a vedere. Non c’era la folla delle grandi occasioni l’altra sera al Transilvania, ma gli assenti avranno più di una ragione per recriminare: la band londinese ha confermato di avere classe da vendere ed ha così dimostrato che i recenti complimenti di Peter Gabriel sono tutt’altro che destituiti di fondamento. Un’esibizione tirata ed intensa, che ha stregato nonostante i terrificanti problemi acustici del primo quarto d’ora e avrà probabilmente convinto un illustre presente, il giornalista Paolo Liguori, che prima che iniziassero le danze ci ha simpaticamente confessato di avere una certa predilezione per i Killers. C’hanno messo qualche minuto, i Guillemots, per aggiustare il tiro. Per l’apertura hanno scelto delle cadenze sicuramente azzeccate, cioè un accenno suadente di “Come Away With Me” e, senza stacco, l’incantesimo di “Through The Windowpane”. Qualcosa però deve non aver funzionato, se i sei membri – attorno al frontman ruotano un chitarrista, una contrabbassista, un batterista e due sassofonisti - hanno più volte fatto dei gesti in direzione dei tecnici del suono e le voci sono arrivate stridule e distorte come quelle che si sentono attraverso una cornetta telefonica. Superata l’impasse, tuttavia, la giostra ha cominciato a girare sballottando i presenti da un piacere all’altro e ribadendo che se proprio si vuole attribuire un marchio alla musica dei Guillemots, si può optare per la sua ineffabile imprevedibilità. Una volta entrate in circolo, le note dei quattro londinesi non lasciano mai un gusto ben definito, ma danno sempre la sensazione di essere la sommatoria di più componenti, tutte ugualmente intense e capaci di spiccare. Ciascun brano di “Through The Windowpane”, l’esordio giustamente celebrato come una delle opere più originali dello scorso anno, contiene almeno due o tre schemi armonici che si avvicendano senza soluzione di continuità e con una speciale abilità nello spiazzare l’ascoltatore. Alzi la mano chi ritiene di poter etichettare con ragionevole certezza la furiosa cavalcata di “Sao Paulo”: incipit all’insegna del pop più levigato, brusco cambio di marcia stipato di indie abrasivo e nuovo ripiegamento che accarezza i timpani come una dolce ninna nanna. Oppure la miscela orchestrale di “We’re Here”, che lascia intuire quanto il talento di Dangerfield potrebbe stupire alle prese con una colonna sonora. Davanti al pubblico, poi, tutto torna in discussione: a “Sao Paulo” toccano i minuti finali, prima del bis, e gli autori la comprimono facendola saggiamente rientrare nei parametri tradizionali del formato canzone. Mentre “We’re Here” è prosciugata fino a perdere lo slancio quasi operistico. È questo il tratto saliente della resa dei Guillemots sul palco. Data l’impossibilità di portarsi dietro un’orchestra e di riprodurre con precisione millimetrica i pregevoli arrangiamenti creati in sala d’incisione, il rimedio consiste nell’accentuare la secchezza del suono e, senza smarrire il registro melodico, pigiare maggiormente i tasti psichedelici. Fyfe Dangerfield è il cuore pulsante della band e, a dispetto del look un po’ bohemien, appena le sue dita affusolate iniziano a picchiettare il piano la statura di artista maturo, sapientemente forgiato da anni di studi classici, non sfugge anche ad uno spettatore distratto. Così come non sfugge la consonanza con un altro nome, Rufus Wainwright, le cui performance saltano frequentemente la staccionata del rock e si propagano con la forza di un’aria lirica. Il paragone è stato avanzato da molti soprattutto in considerazione delle evidenti affinità vocali che, sul disco, i primi sospiri di “Little Bear” bastano a certificare. Lo stile dei Guillemots racchiude umori di segno diverso che, di volta in volta, rimandano all’easy listening, alla disco e al rock che si ricorda del passato punk. Anime ben compenetrate tra di loro e riconducibili alla multiforme sensibilità dei fondatori: il chitarrista brasiliano MC Lord Magrao è cresciuto a ritmo di samba, Greig Stewart è probabile che ogni tanto metta su “London Calling” e, da buon canadese, per Aristazabal Hawkes la formula che ha reso vincenti gli arrangiamenti degli Arcade Fire non dovrebbe aver segreti. I Guillemots non si tirano indietro e fanno di tutto per far emergere le molteplici sfaccettature del loro sound. Sussurri e grida, slanci e lunghe frenate: “She’s Evil” è una stilettata rasposa, ma mentre si è lì a leccarsi le ferire arriva il dolce balsamo di “Annie, Let’s Not Wait”. E l’impagabile bis (“Blue Would Still Be Blue”), interpretata dal solo Dangerfield, farà sentire gli orfani di Jeff Buckley un po’ meno soli. La performance presta ascolto alla voce del cuore e parallelamente punta a mantenere un equilibrio emozionale e ad evitare che le energie si disperdano in ghirigori ridondanti. Alla fine non si può che percepire come una profonda ingiustizia il fatto che le pietanze dei Guillemots siano ancora un boccone per pochi. Poiché è impensabile che nei loro riguardi si metta in moto un vero e proprio battage pubblicitario, c’è da augurarsi un pronto soccorso dal web, magari un tam tam pari a quello che ha propiziato il successo di un gruppo, gli Arctic Monkeys, sulla bocca di tutti pur non avendo un talento superiore. In attesa di qualche alchimia miracolosa e di un urgente restauro del sito (navigare in quello dei Guillemots è un’impresa titanica…), non resta che cullarsi con la magia dei loro brani e continuare a scoprire i segreti di uno spartito che pure dal vivo sprigiona un incommensurabile fascino.
Articolo del
28/02/2007 -
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