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Diversa. Diversa in tutto. Corinne Bailey Rae è giunta in Italia con qualche mese di ritardo rispetto alla tabella di marcia e lo slittamento l’ha portata sul palco del Rolling Stone in un momento nel quale le chart radiofoniche sono monopolizzate dalle signore della black music. Ma è sufficiente vederla apparire, vederla percorrere pochi passi stretta nel suo abitino rosa che la fa rassomigliare ad una ballerina classica e qualsiasi paragone si sgonfia come un soufflé. È davvero appropriato avvicinare Corinne Bailey Rae a Norah Jones ed Amy Winehouse? Siamo sicuri che la ventisettenne che imitava Courtney Love non possieda una specificità che, pur con delle similitudini, la distingue dalle altre blasonate colleghe? È una riflessione che viene da fare già osservandone l’esposizione mediatica. Possono assomigliarsi due artiste di cui una si presenta costantemente in veste glamour e sboccata mentre l’altra realizza un videoclip in cui scorrazza struccata e con dei modesti fuseaux? E che dire degli insistenti paralleli con Norah Jones? Dietro l’apparente ritrosia, la figlia di Ravi Shankar ha un’invidiabile tenacia (come quando, a Sanremo, si è opposta a Pippo Baudo che le chiedeva di bissare l’ultima parte di “Thinking About You”), al contrario di Corinne, che non fa mistero della propria timidezza. Sul piano musicale, poi, le differenze emergono più nettamente. L’album “Corinne Bailey Rae” è un discreto omaggio alla tradizione del soul e difficilmente girerà nel lettore di chi sguazza nel contemporary r’n’b oppure cerca una commistione tra jazz, pop e country. È per questa discreta alterità che la folta platea che ha gremito il locale milanese ha promosso a pieni voti la ragazza di Leeds tributandole più di un’ovazione. Corinne ha preferito andare sul sicuro e perciò ha inaugurato lo show con il brano, “I’d Like To”, recentemente lanciato come singolo. Brano che ha immediatamente suscitato l’atmosfera che caratterizzerà tutta la performance: la protagonista al centro della scena, munita di una chitarra che imbraccerà spesso con insospettata padronanza, e attorno, disposti a semicerchio, sette musicisti e due coriste che sono sembrati volerla proteggere come degli angeli custodi. A Corinne, però, il carisma non fa difetto. Alla vigilia chiunque si sarebbe aspettato, oltre agli estratti del celebrato esordio, un ripescaggio degli artisti – Aretha Franklin, Bill Withers, Curtis Mayfield – ai quali ha iniziato a guardare dopo le prime velleità rockettare. E invece l’angolo delle cover è stato riservato proprio a due mostri sacri del rock: Jimi Hendrix ed i Led Zeppelin. Parecchi spettatori hanno stentato a credere alle proprie orecchie allorché la minuta fanciulla di origini caraibiche ha annunciato la ripresa nientemeno che di “Long Hot Summer”. E lo stupore non si è attenuato man mano che ci si è resi conto che lei “Long Hot Summer” l’ha studiata diligentemente e che ha escogitato una formula per riproporla in chiave moderna senza far rigirare il povero Jimi nella tomba. Anche Robert Plant non si adonterà per la sfrontata esecuzione di “Since I’ve Been Loving You”, che ha fatto compagnia a “Choux Pastry Heart” e “Seasons Change” tra i bis conclusivi. Ecco l’aspetto che rende esclusiva e per certi aspetti inimitabile Corinne Bailey Rae. Ha un fisico gracile come un fuscello, ma dalla sua ugola esce una voce non potente, eppure incredibilmente calda. Non ha la stazza di una soul singer, ciononostante si rifà alla musica dell’anima senza scottarsi. Non ha un’aura maledetta, ma se c’è bisogno di una svisata lei non si tira indietro. Così si comprendono le dichiarazioni d’amore per il grunge e la voglia, più volte ribadita, che il prossimo disco faccia l’effetto di una cartolina spedita da Seattle. L’anima preponderante dello spettacolo restano le delicate melodie che, con il loro bagaglio di citazioni incrociate, hanno superato il tetto dei due milioni di copie vendute negli Stati Uniti: “Like A Star”, eseguita senza l’ausilio dei cori, conferma di essere un gioiello di pregevole fattura; “Breathless” sarebbe piaciuta da morire a Quincy Jones e, d’altra parte, appena ascoltata su disco era sembrata ricalcata su “You Put A Move On My Heart”, contenuta in “Q’s Jook Joint”; invece “Call Me When You Get This”, che Corinne ha introdotto roteando le braccia a mo’ di direttore d’orchestra, sulle prime riecheggia “Let’s Stay Together” e poi ricorda la devozione con cui Daryl Hall ha ricantato Marvin Gaye (“Stop Loving Me, Stop Loving You”). Garbata, solare e sorprendentemente loquace, Corinne Bailey Rae ti accoglie nel proprio salotto da perfetta padrona di casa e per metterti a tuo agio ti intrattiene con delle note suonate come le suonerebbe una conoscente di vecchia data ad una serata tra amici. La band l’asseconda da par suo, in particolare lo spumeggiante batterista e l’efficace sezione fiati affiancati da due chitarristi ed un tastierista i quali, viceversa, non sono andati al di là dell’ordinaria amministrazione. Se proprio si vuole cavillare, non avrebbe guastato un pizzico di improvvisazione in più sui temi di “Corinne Bailey Rae”. Se la stoffa dipende pure dalla capacità di rimescolare le carte in tavola, talvolta può far piacere che la rigidità del copione sia spezzata da una scelta estemporanea. Corinne forse non ha ancora il passo per potersi permettere degli azzardi e preferisce non spostare il baricentro della sua musica da dove le è più congeniale. Ora è tempo di carezze. Gli schiaffi arriveranno magari con i nuovi pezzi. E con la prevista svolta rock di cui il concerto ha mostrato alcuni, succulenti spiragli.
Articolo del
03/03/2007 -
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