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Klaxons
Klaxons live @ Rolling Stone - Milano, 8 marzo 2007
Milano
8/03/2007
di
Andrea Bagnasco
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Ovviamente in generale il fatto che un concerto sia gratuito convince a provare ad andare anche tutti quelli che magari qualche dubbio in realtà ce l’hanno. Se a questo si aggiunge che i Klaxons in patria sono uno dei più clamorosi fenomeni musicali del 2007 e che i muri di Londra e dintorni sono tappezzati da settimane dai poster pubblicitari per la recentissima uscita del loro primo album “Myths Of The Near Future”, si capisce facilmente perché fuori dalle porte del Rolling Stone di Milano ci fosse ben prima dell’inizio del loro concerto gratuito una fila che invadeva il marciapiede debordando in pizzerie al trancio, garage privati e ogni altra vetrina possibile per quasi un centinaio di metri. Il quartetto londinese poi, avanguardia del genere new-rave (termine quest’ultimo da loro stessi coniato) si è presentato sul palco quasi due ore dopo l’inizio previsto. Con molta energia, batteria, basso, chitarra, synth e quattro voci sempre precise, i Klaxons sono riusciti però a farsi perdonare in fretta l’eccessiva attesa. Hanno proposto buona parte del loro repertorio (inevitabilmente breve, avendo cominciato a suonare insieme alla fine del 2005) riuscendo a ricreare perfettamente le atmosfere di “Myths Of The Near Future”. Cosa questa tutt’altro che facile, considerando la complessità e la molteplicità degli effetti e dei rumori di fondo che caratterizzano praticamente ogni passaggio di tutte le canzoni. Il set è passato rapidamente e con molta semplicità e naturalezza attraverso i loro pezzi più riusciti, da “Atlantis To Interzone” all’applauditissima “Golden Skans”, da “Two Receivers” a “Gravity’s Rainbow”. Fra una canzone e l’altra poi, Jamie Reynolds e James Righton, le due voci principali della band, si sono ripetutamente avvicendati al basso e al synth, senza intaccare minimamente la qualità delle esecuzioni strumentali e dimostrando una assoluta intescambiabilità. L’interscambiabilità però, purtroppo, si è vista anche un po’ nella scaletta. I pezzi infatti sono innegabilmente tutti molto simili fra loro ed è stato difficile trovare, in una performance pur assolutamente valida, una variazione di toni o una sfumatura che più di altre abbia potuto catturare l’attenzione. Così alla fine, quando i quattro londinesi hanno lasciato il palco senza concedere neanche un bis, poteva anche andare bene così. Molto di quello che potevano dare lo avevano già dato.
Articolo del
10/03/2007 -
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