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I motivi per cui uno decide, sceglie di andare a vedere un concerto, sono i più vari. A volte lo fai per convinzione suprema, talora per curiosità, per vedere se quella “next big thing” di cui ti è piaciucchiato l’album d’esordio regge botta anche dal vivo; oppure ci vai perché sai per certo che si tratterà di uno di quegli eventi di cui si parlerà per mesi, e non vuoi essere l’unico a fare scena muta quando nel tuo circolo se ne discetterà con entusiasmo (e prima o poi sai che accadrà); altre volte ancora ci vai semplicemente perché quella sera non hai nient’altro di meglio da fare. Per i Jam di Bruce Foxton & Rick Buckler però è stato diverso: qui non si è messo in moto nessun ragionamento dell’intelletto, so solo che dovevo esserci. A vedere e a testimoniare. Senza sapere poi bene che cosa aspettarmi, perché sarebbe potuto accadere tutto e il contrario di tutto: la patetica rentrèe di due vecchi spompati a caccia dei quattrini per la pensione o l’esaltante riproposizione dei classici di una delle formazioni più importanti di tutti i tempi? E poi, svolazzante nell’aria, c’era il dubbio su cosa realmente siano i Bruce Foxton & Rick Buckler’s The Jam. Una mera tribute-band senza alcun’altra ambizione se non quella di rifare al meglio il repertorio ultra-25enne del gruppo originale o qualcosa di meglio e di più, data la presenza di ben 2/3 del leggendario trio di Woking (benché, com’è ovvio, manchi proprio il terzo più importante, quello che componeva le canzoni e mirabilmente le cantava)? Come al solito le risposte sono nel mezzo, e non poteva essere altrimenti. Ma andiamo all’inizio, cioè al momento in cui i quattro neo (o post?)-Jam si fanno largo tra un pubblico non foltissimo ma hardcore, e si posizionano sul palco: Bruce Foxton elegante come “all’epoca” (ma senza cravatta) e privo di segni di invecchiamento, almeno rispetto all’ultima volta in cui lo vidi suonare il basso 10 anni fa per gli Stiff Little Fingers; dietro di lui, Rick Buckler con la testa che è ormai una palla da biliardo; al suo fianco, rispettivamente a sinistra e destra, il finto Paul Weller Russell Hastings, faccia e fisico da marine, e il flaccido chitarrista/tastierista Dave Moore, chiamato per l’occasione a rimpolpare il sound e a coprire, se capita, gli svarioni. Partono in sordina con “The Gift” che poi è anche il nome della band-tributo di Rick Buckler sulle cui ceneri sono sorti questi nuovi Jam; poi arrivano, uno dopo l’altro, i “classici”: “This Is The Modern World”, “David Watts”, “Thick As Thieves”. Foxton – che fisicamente mi ricorda sempre più il Rodney Bingenheimer “mayor of the Sunset Strip” - appare professionale, concentrato sul suo basso; la voce di Hastings – è vero – è molto simile a quella di Paul Weller benché anni luce lontana dalla ricercatezza del Modfather; ma Buckler sembra perdere colpi e in generale la band manca talora di compattezza, del resto la data di Roma è la prima “prova generale” in assoluto e c’è una chiara necessità di oliare meglio i meccanismi. Ma sono dettagli di poco conto per le prime file, dove abbondano vecchi mods locali ottenebrati dalla nostalgia e una schiera di solidi fans britannici volati appositamente nella Capitale (spesso con fidanzata al seguito rassegnata) per rivedere i loro beniamini e cantare le canzoni che sono state la colonna sonora di una vita. Passano una dopo l’altra “Strange Town”, “Pretty Green”, “Eton Rifles”, “To Be Someone”, “Little Boy Soldiers”, loro si sperticano e Foxton fa l’inchino, come un gentleman d’altri tempi quale in fondo egli è. Tutto bene, ma al Jailbreak c’è un ingombrante fantasma che aleggia per tutto il tempo, che di nome fa Paul e di cognome Weller. Uno spettro con la riga in mezzo alla folta chioma e con indosso un “zoot suit, white jacket with side vents five inches long”, come di prammatica, e che scuote la testa come a dire: “tanto è una finzione, siete solo una fottuta tribute-band, e neanche delle migliori…” A contraddirlo, almeno per un po’, ci pensa Foxton, che azzittisce l’onesto Hastings per cantare i due brani dei Jam da lui composti e che pertanto gli spettano di diritto, “News Of The World” e la deliziosa, kinksiana “Smithers-Jones”. “Here we go again, it’s monday at last...”: è il momento di ritrovata gloria che Foxton deve avere sognato per lungo tempo, fin da quando nel lontano 1983 Weller comunicò a lui e a Buckler di volere sciogliere (per sempre) i Jam. Il feroce marine Hastings ritorna al microfono per “Butterfly Collector” – il massimo del “welleriano” in scaletta stasera, dato che “That’s Entertainment” è stata cassata all’ultimo momento - e per una sublime versione di “Start”, che alla fine risulterà insieme alla cover degli Who “So Sad About Us” una delle esecuzioni più convincenti della serata. E il concerto si avvicina al clou, con i sempre più accaniti supporters che si infuocano ulteriormente con “A Bomb In Wardour Street” e con il gran finale di “Going Underground” quando sotto al proscenio si crea il panico tra gli astanti causa il grande entusiasmo represso per troppo tempo. Un breve intervallo, appena un paio di minuti, poi è bis a prova di bomba con due dei più fantastici pezzi di tutti i tempi, “A Town Called Malice” con il caratteristico organetto che dà finalmente senso compiuto alla serata di Dave Moore, e “Down In The Tube Station At Midnight”, basta la parola. E finisce con una standing ovation tra il pubblico e ancora inchini e riverenze da parte di Foxton, Buckler e compagnia. In definitiva, è stato un po’ come vedere i Police senza Sting o i Blur senza Damon Albarn: divertenti ma senza grandi pretese, Foxton & Buckler non mancheranno di incendiare le platee nel loro imminente tour del Regno Unito (dove i Jam sono riveriti – tutto sommato giustamente - come delle divinità), ma avranno bisogno di registrare ancora qualcosina del loro live-act. Per conto mio – senza voler fare grandi e sofisticati ragionamenti – sono contento di non essermeli persi. Anche se poi, all’uscita dal Jailbreak, ho sentito da una macchina in ripartenza le note della “Going Underground” originale cantata da Paul Weller e non ho potuto fare a meno di pensare: “ah… QUELLI erano i Jam”. Questi visti al Jailbreak sono solo qualcosa che gli si avvicina. Ma è anche vero che oggi siamo alla fine del mese di marzo dell’anno 2007. Mica cavoli.
Articolo del
27/03/2007 -
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