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Fino a qualche tempo fa la differenza (estetica e intellettuale) tra i componenti delle “indie-band” inglesi e di quelle americane era nettissima. Generalizzando: i primi erano proletari (spesso “on the dole”) dalla dentatura approssimativa, supponenti e dai modi sgarbati; i secondi invece possedevano un aspetto sano; erano comunicativi, gioviali e ben disposti, e talvolta anche in possesso di un diploma universitario. Con loro si poteva imbastire una conversazione decente, non necessariamente incentrata sulla musica; con gli inglesi non capitava mai. Si trattava di un gap dalle radici presumibilmente economiche che oggi – possiamo dirlo – è stato pressoché colmato, come vedere e conoscere i membri degli emergenti Hot Club De Paris ieri sera ci ha confermato una volta di più. Paul, Matthew e Alastair provengono da quella Liverpool in precedenza descritta come una “malridotta città portuale”, ma anziché hooligans sono degli studenti benestanti e goliardici, né più né meno di come ci apparvero lustri fa i membri di gruppi USA quali Camper Van Beethoven e Thin White Rope (il cui leader, Guy Kyser, ora fa il professore di botanica a tempo pieno). 15 anni di opulenta “Cool Britannia” evidentemente i loro effetti ce li hanno avuti. Quelli che il gap – in questo caso musicale – non l’hanno colmato, sono invece e purtroppo i gruppi indipendenti italiani, che rispetto ai loro omologhi del mondo anglosassone sembrano sempre fuori tempo massimo. Prendiamo i bolognesi Settlefish, il cui set ieri ci è toccato sorbirci in attesa degli headliners. Jonathan, Emilio, Bruno, Paul e Federico si ispirano palesemente a realtà dell’underground statunitense quali Pavement, TV On The Radio e Tapes’n’Tapes ma non riescono mai a trovare una sintesi propria peculiare e originale, anche perché il cantare in inglese non li aiuta; tanto più che il loro modo di stare sul palco (in particolare il cantante) è così datato che neanche Roger Daltrey nel 1975 e nemmeno se si fosse trovato all’Hollywood Bowl. Hanno presentato il precedente album “The Plural Of The Choir”, diversi pezzi del nuovo disco in fase di registrazione e qualche brano più vecchiotto, esibendo tanta buona volontà e tanta grinta, ma mantenendosi sempre troppo “indie-generici” (per i nostri gusti, almeno). Per i tre Hot Club De Paris, saliti sul palco del Circolo un quarto d’ora dopo l’esibizione dei Settlefish, è stato un gioco da bambini stra-vincere a mani basse questa sorta di contest non dichiarato. E dire che sono pure un gruppo cosiddetto “minore” dell’attuale scena inglese di rock “angolare”. “Drop It Till It Pops”, il loro album d’esordio, è infatti sì estremamente piacevole da ascoltare per vie delle turbinose trame nevrotiche da cui è percorso, ma risulta privo di quell’ingrediente non di poco conto chiamato “hit single” o “pezzo forte” in cui band similari quali Futureheads e Maximo Park sono maestre. Possiedono però una spontaneità, una facilità di performance e uno spirito caciarone realmente travolgente. Tutti e tre intorno al microfono, ci accolgono cantando “a cappella” l’introduzione “Welcome To The Hot Club De Paris”, (“We are prefab, we are not hunters / We suck and shout, we fuck anything that moves”) tra i ghigni del (rarefatto) pubblico pagante. Poi è indie-rock “angolare” scattoso e nevrotico nel quale a tratti si coglie qualche riferimento anche a Minutemen e Captain Beefheart: “Your Face Looks All Wrong”, “Clockwork Toy”, “Hello I Wrote A Song For You Called Welcome To The Jungle”… Tra un pezzo e l’altro Paul Rafferty, bassista e cantante (nonchè “Paul McCartney dei poveri”) gioca più volte sulla provenienza da Liverpool (“birthplace of The Beatles”, ripete fino allo sfinimento), e i tre HCDP danno luogo a siparietti quasi cabarettistici chiusi regolarmente da battute sarcastiche dei fratelli Smith (Matthew alla chitarra e Alasdair alla batteria). Si balla e ci si dimena – a scatti, ovviamente – sulle note di “Everyeveryeverything” (“una canzone che parla di… tutto ma proprio tutto”, spiega Rafferty), della scurrile alla Bloodhound Gang “Sometimes Its’ Better Not To Stick Bits Of Each Other In Each Other For Each Other”, di “Names And Names And Names” e di “Who I Am I”, apparentemente ispirata da Snoop Dogy Dogg. C’è anche un secondo brano “a cappella”, “Bonded By Blood”, ma in generale viene eseguito tutto l’album fino alla finale “Shipwreck”, unico brano paragonabile ad un “hit single” che gli Hot Club De Paris abbiano in repertorio. Ne siamo usciti esilarati e soddisfatti, e con una considerazione per il terzetto di Liverpool molto maggiore di quella che avevamo in partenza. Sono, gli Hot Club De Paris, un gruppo misteriosamente sottovalutato che vale assolutamente la pena di visionare dal vivo, ambito che gli fa guadagnare diversi punti per carica e comunicatività. Per ora gli HCDP possiedono soprattutto un grande “sound”; se poi un giorno arriveranno pure a comporre delle canzoni come Dio comanda, allora chi li ferma più?
Articolo del
30/03/2007 -
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