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(Domanda) Una delle cose di cui si parla sempre rispetto a te è il fatto che sei un cantautore non di professione, dato che continui a svolgere il mestiere di capostazione a Cuneo. Durante il concerto di Ferrara mi avevi detto che ti eri messo in aspettativa e non avevi intenzione di lasciare il tuo lavoro per una questione di rispetto verso la musica. Sei sempre di questa idea? (Risposta) Si e infatti continuo a lavorare nelle ferrovie. Ora sono di riposo perché ho fatto una tirata durante il periodo natalizio e poi riprenderò l’aspettativa quando dovrò fare la tourneè o il disco. Vale sempre lo stesso discorso, che sembrerebbe complicato ma in realtà è molto semplice: la canzone fra tutti i generi musicali è quello che è più vincolato ad un discorso di soldi perché è il genere musicale che rende più soldi e questo comporta che nella canzone ci siano spesso delle pressioni, dei caldi inviti a rendere. Per tenersi fuori da tutto questo e mantenersi in un campo di libertà espressiva bisogna avere le spalle coperte da un lavoro o non so che altro. (Domanda) Ti producono sempre in Francia? L’ultimo disco, “Il valzer di un giorno”, è stato registrato in Italia e l’avevo pensato solo per l’Italia. Quello che è uscito anche nelle edicole? (Risposta) Si per un discorso anche di caro dischi. Poi è successo che un’etichetta francese ha deciso che lo distribuiva anche all’estero con mio stupore ed è andato benissimo. Ero curioso di sapere i dati di vendita perché penso che per voi “chansonnier” ci sia molto più seguito all’estero che in Italia. Il problema è l’accessibilità. Io non credo che in Italia ci sia un pubblico diverso o meno attento che in Francia. Credo che se le cose sono accessibili, e per accessibili intendo che si trovano da qualche parte e si sa che sono uscite, non ci siano differenze. Purtroppo questo non è facile: in Italia se non fai, per esempio, televisione, se non fai la solita trafila di andare in certe trasmissioni allora devi contare sul passaparola che funziona ma è molto più lento. Comunque con questo disco, “Il valzer di un giorno”, credo di avere superato le 70 mila copie in tutto, Italia compresa, che, per un disco come questo, fatto di due chitarre voce e poesie, secondo me è tantissimo ed è un indice di quanto si possa scommettere sul fatto che esiste un pubblico anche per queste cose. Certo non sarà quello dei grandissimi numeri ma è anche vero che non c’è dietro tutto il movimento pubblicitario che sta dietro ai dischi dei grandissimi numeri. È una cosa diversa. - Hai in mente il nuovo disco? Si. Dovrei registrare a maggio di quest’anno e dovrebbe uscire in Autunno. Prodotto sempre in Francia? - (Risposta) Credo che lo farò con “Armonia Mundi”, l’etichetta che ha prodotto quest’ultimo ma per il momento è ancora in fase di concepimento - (Domanda) Tu stai diversificando il tuo modo di suonare: all’inizio avevi una classica banda e poi sei passato più all’acustico nei concerti con Giovannone, in cui eravate solo in due. Mi è sembrato che anche nei tuoi dischi ci sia questa rarefazione, passando da un primo disco (“Montgolfieres”) con molti strumenti agli ultimi più essenziali. È un segnale che c’è in te o cambierai lasciando questa parentesi acustica? - (Risposta) Esistono delle fasi nella vita, oltre che delle curiosità e anche delle capacità. Io ho difficoltà a gestire progetti grandissimi. Per esempio, devo affidarmi a qualcuno se ho bisogno di un quartetto d’archi che lo scriva e poi vedo se mi piace o meno e se è in linea con quanto avevo pensato. Riesco a gestire meglio le situazioni più piccole e per questo ho trovato una grande collaborazione coi jazzisti, che hanno una capacità istintuale ad entrare in certe melodie ed è per questo che spesso ho suonato con loro. Mi sento di dirti che il prossimo disco non sarà né piccolo né grande ma non ci sarà nulla di superfluo. (Domanda) Molto essenziale insomma? - (Risposta) Si. Alla fine una canzone ha bisogno di tre elementi: un testo che abbia un significato, una melodia ed un’armonia. Dopodiché la puoi abbigliare più o meno bene ma il corpo nudo rimane quello. (Domanda) Per definire la musica di Gianmaria Testa si fanno spesso molti nomi ed i primo è quello di Paolo Conte: io ritengo che ci siano almeno due differenze fondamentali fra voi due: la voce (calda la tua, roca la sua) ed il gusto per l’orchestrazione. Tu che ne pensi di questa che è la classica domanda? (Risposta) Io sono un po’ refrattario ormai a rispondere a queste domande, anche se capisco l’esigenza di dovere collocare qualcuno nuovo che entra in questo mondo. Come dico sempre sono più vicino al mondo di Paolo Conte che a quello di Micheal Jackson, non ci sono dubbi a riguardo ma capisco la tua esigenza. (Domanda) In ogni caso vi è in entrambi questo interesse per la canzone francese? (Risposta) C’è anche, in qualche misura, una specie di destino comune perché si è partiti entrambi dalla Francia e poi vi è anche la corregionalità. Ma un’altra cosa che dico spesso è questa: quando avevo 14 anni ho letto Pavese, era quasi inevitabile essendo piemontese e non molto tempo dopo ho letto Fenoglio ed ho pensato che Fenoglio assomigliasse a Pavese ma, appunto, avevo 14 anni. Con ciò voglio dirti che esiste la possibilità di usare dei linguaggi in qualche misura simili (per esempio un certo gusto per la musica acustica) per dire delle cose assolutamente diverse, non migliori o peggiori ma diverse. Il problema della canzone sta nel fatto che bisogna essere assolutamente originali per essere riconoscibili e conquistarsi così la propria nicchia di mercato. A me questo discorso non interessa perché se, per esprimere un emozione che ho dentro, mi serve un’Habanera (e so che questo è uno dei ritmi preferiti di Paolo Conte) non mi importa niente e la uso perché non voglio ottenere di assomigliare a Paolo Conte ma voglio dire quelle cose in quel modo. Io penso che sia limitativo per me e per lui e per tutti quelli che vengono sempre assimilati ad altri perché tutti siamo la risultanza di qualcosa che abbiamo ascoltato. Fra l’altro, e questa è una cosa che non dico mai, le mie canzoni più “contiane” io le ho scritte quando non sapevo neanche chi fosse Paolo Conte: “Azzurro” pensavo l’avesse scritta Cementano. Paolo Conte l’ho scoperto con “Paris Milonga”, un disco che mi piace molto, e buona parte del mio repertorio dei miei primi due dischi io l’avevo già scritto. Me ne sono accorto dopo. Io ti trovo più simile a Capossela ma non tanto per la musica quanto per la curiosità e gli stimoli che avete entrambi di andare oltre al canzone: lui ha fatto reading di prosa e tu ti sei impegnato a teatro e, nei tuoi spettacoli con Giovannone, in letture di poesie. (Domanda) Anche stasera tu fai una di tre serate molto diverse fra loro. I cantautori hanno vissuto per lunghi anni in un circolo un po’ chiuso. (Risposta) Io credo che le canzoni siano una delle componenti della musica e mi va bene di mettermi in gioco, al servizio di qualcun altro, vedi esperienza coi cosmonauti (NDA: spettacolo teatrale in cui Testa ha fatto la voce recitante). Anch’io sono curioso ed ho voglia di mettermi in gioco, anche se il mio campo rimane la musica. Un’ultima domanda: i tuoi gusti musicali? (Risposta) Troppo spesso ci si dimentica che tutti viviamo in un contesto che è formato anche dai nostri ascolti. L’emozione più grande che ho avuto è stata per un concerto di De Andrè, l’unico suo concerto che ho visto, quando ero un ragazzo, forse non avevo nemmeno 16 anni. Dopo mi è capitato che lui mi abbia parlato e mi ha stretto la mano. Quella è stata un’emozione molto grande che dopo non ho più provato neanche di fronte a Dylan. (Domanda) E Leonard Cohen? (Risposta) Ho letto una tua intervista in cui dicevi di essere andato quasi in pellegrinaggio a casa sua. La vicenda è diversa. Noi abbiamo un amico in comune, un architetto di Montreal. Un giorno, siccome questo architetto ha progettato un teatro in cui io ho suonato spesso a Montreal, siamo stati a cena insieme e dopo aver bevuto un po’ abbiamo iniziato a parlare di Cohen e lui mi ha detto “Andiamo a vedere se è a casa Leonard”. “Non scherzare” gli ho risposto ma invece siamo andati al quartiere portoghese dove, per fortuna, Cohen non c’era perché altrimenti sarei stato imbarazzatissimo. Comunque Cohen l’ho conosciuto ascoltando “Nancy” tradotta da De Andrè e da lui cantata e questo mi ha invogliato a conoscere Cohen; allo stesso modo, poi, ho scoperto Brassens: quindi De Andrè mi ha aperto nuovi orizzonti. Infatti al concerto all’Olympia tu hai chiuso con la canzone “Il gorilla” nella versione italiana di De Andrè. Era una cosa buffa: siccome era stata censurata in Francia, per non correre rischi ho deciso di cantarla in italiano, così non la capivano e non ci sarebbero stati problemi. Quindi De Andrè rimane quello che ho ascoltato di più fra gli italiani e che mi ha aperto tutte queste porte. Ora mi capita di ascoltare volentieri la trilogia di Nick Drake, tre dischi chitarra e voce, e poi mi ritrovo sempre più spesso ad ascoltare Brahms anche se non saprei dirti il perché. Poi non seguo molto i gruppi nuovi e le ultime tendenze. Pensavo tu conoscessi più i cantanti che, come te, girano per locali. In realtà io non giro molto per locali, faccio più teatri che locali perché preferisco situazioni più tranquille di queste, quando si inizia prima: stasera attacco alle 22,30, un’ora in cui io vado a letto ed è troppo tardi: si invecchia. Ultimissima e classica (domanda): c’è una domanda che non ti è stata fatta stasera e a cui vorresti rispondere? No, va bene e devo dirti che mi stupisce sempre che si vada ad intervistare chi canta piuttosto che chi scrive poesie. Tu vendi 70.000 copie e le poesie no. (Risposta)Non credo sia una giustificazione sufficiente. Io sono un po’ refrattario e c’è stato addirittura un periodo in cui avevo deciso che non avrei più rilasciato interviste; poi però diventa, paradossalmente, un’arma a doppio taglio perché sembra che io abbia chissà cosa da dire. Soltanto non credo di avere cose così interessanti e soprattutto il fatto di scrivere canzoni per passione significa che si utilizza la propria passione per esprimere cose di sé che diversamente non riuscirebbe ad esprimere; per me la canzone è questo e nulla più, non ho idee più interessanti di altri da esprimere. Perciò spesso trovo inutili le intervisti, non questa sia chiaro (NDA: Ancora Grazie Gianmaria). Alcune volte ho rifiutato interviste, anche teoricamente importanti, perché l’intervistatore non mi conosceva. Voleva intervistarmi e non aveva ascoltato nulla della mia produzione e questo è successo in circa della metà dei casi: ti intervistano solo perché fai notizia. Questo è coerente col tuo modo di proporti: in ogni concerto tu, infatti, introduci le canzoni perché, anche se queste hanno rappresentato un tuo momento privato, è giusto informare gli ascoltatori di come sono nate. Io questo lo faccio sempre, forse anche più di quanto che sarebbe necessario ma è un’abitudine che mi viene dal fare concerti all’estero. In Francia e in Canada canto in italiano e perciò mi sembra normale far entrare un po’ in sintonia queste persone con quanto canto: sono talmente stupito dalla gente che viene e non capisce una parola. Vedi introduzione sempre diversa della canzone “L’automobile”? (Risate) Certo.
Articolo del
05/02/2003 -
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