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In realtà il suo vero nome è Will Oldham, chitarrista e songwriter originario di Louisville, Kentucky ma, con il passare del tempo e con lo scorrere della sua fortunata e fertile carriera artistica, ha di volta in volta assunto le sembianze di personaggi diversi come Palace Music, Palace Brothers, o Palace Songs. Recentemente poi è diventato Bonnie “Prince” Billy (di certo un omaggio a Billy The Kid, mitico giovane fuorilegge dell’epopea western) e, a soli 37 anni d’età, la sua figura e la sua storia rappresentano un punto di riferimento davvero importante per la scena del nuovo cantautorato americano, a metà strada fra il recupero della tradizione folk e i nuovi sentieri dell’indie rock. Questa sera a Roma porta sul palco del Circolo degli Artisti le canzoni di “The Letting Go”, l’ultimo suo bellissimo album, ma il suo concerto è anche l’occasione di ripercorrere a ritroso tutti i momenti fondamentali della sua vita artistica e di riascoltare brani come “I See Darkness”, “Summer In The South East” e “Master And Everyone” eseguiti insieme ad altre perle del suo repertorio. Bonnie Billy è alla chitarra acustica e alla voce, lo accompagna in tour il giovane e bravo Alex Neilson, alla batteria, per una sorta di duo acustico che esegue una serie di folk ballads semplicemente stupende, pure ed incontaminate, che parlano il linguaggio dell’anima. A sentire le esecuzioni minimali ma, a dir poco, struggenti di alcuni brani tratti dal nuovo disco, in particolare “Cursed Sleep”, una ballata d’amore disperata e drammatica, e “Strange Form Of Life”, così splendida ed essenziale, si resta estasiati e contenti. Le liriche delle canzoni scritte da Bonnie Prince Billy raccontano di amore e di abbandono, di una illusoria felicità e della morte, della fragilità di ogni singolo incontro, là dove la persona amata, alla fine di una relazione, si trasforma nel “peggior nemico”. Quando arriva il momento dell’esecuzione di “Love Comes To Me”, inizialmente tradotta anche in italiano, l’atmosfera sembra meno pesante, più rilassata ed ottimista, ma le tematiche care a Bonnie Billy sono altre, il venir meno di ogni forma di moralità , il senso del vivere e del morire, e su “God’s Small Song” prende forma anche una religiosità laica, ma non per questo meno profonda. E’ un folk blues di pregevole fattura quello che scorre all’interno delle linee melodiche di “Cold And Wet”, “Lay And Love” e di “Then The Letting Go”, quest’ultima tratta da una poesia di Emily Dickinson sulle conseguenze che procura un grande dolore. Le canzoni parlano del bisogno e insieme della difficoltà della comunicazione in amore, ma quello che più impressiona è l’interpretazione di Bonnie Billy, semplicemente superiore, superba! Poi alcuni brani cantati quasi a cappella in un silenzio che ha davvero qualcosa di speciale, considerata la nota fastidiosa abitudine al “chiacchiericcio” dei frequentatori del Circolo, e ancora dei blues acustici cadenzati e pesanti, ma dotati di un groove davvero avvolgente, chiudono dopo quasi due ore di concerto l’esibizione di Will Oldham, erede della tradizione dei più grandi, da Woody Guthrie a Johnny Cash, da Bob Dylan a Bruce Springsteen. E’ lui che idealmente prende il posto del compianto Jeff Buckley, stesso il percorso, stessa la strada, rara e difficile, di chi attraverso la musica mette a nudo la propria anima.
Articolo del
26/04/2007 -
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