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Dopo le esibizioni di Paul Collins' Band e degli Zeros, versione californiana dei Ramones, tocca ad un personaggio ormai storico come Cheetah Chrome, il chitarrista superstite dei leggendari Dead Boys, senz’altro la migliore rock band del Punk Rock targato U.S.A., concludere questa edizione del “Road To Ruins” Festival, la rassegna Punk organizzato dalla Rave Up Records e articolata su tre serate al Jailbreak. Arriviamo tardi, ma il locale non è pieno come invece era lecito aspettarsi. Mentre mi guardo intorno e cerco un posto adatto alle mie “rockin’ bones” ormai affaticate e dolenti, messe a dura prova dal Male, mi rendo conto che lo zoccolo duro del punk ha ceduto il posto alle nuove leve, non molto numerose forse, ma ansiose di abbeverarsi alla fonte di chi quell’epoca l’ha vissuta in prima persona, sulla propria pelle. Ragazzi mettono in mostra le loro magliette nere con scritte provocatorie come “I Fuck Nuns” (non la vocalist del gruppo omonimo, ma le suore, quelle in abito scuro, quelle vere!) e “Destroy All Humans” (parafrasi di quel Destroy All Monsters, gruppo del Michigan di epoca post Dead Boys). Era il 1977, e sono passati esattamente trenta anni da quando un amico mi fece ascoltare “Young Loud And Snotty”, il disco d’esordio dei Dead Boys, un album che mi ha sconvolto la vita, che sono subito corso ad acquistare il giorno dopo e che ho consumato solco su solco, lato per lato, neanche fosse un disco degli Stooges! Ora quel mio amico non c’è più, se ne è andato in anticipo, come Stiv Bators, il vocalist dei Dead Boys, come tanti altri, ma non siamo qui a presenziare il rito delle ceneri, sono quasi le 2,00, non fa niente, posso aspettare tutta la notte, ma eccolo, è lui, è palesemente invecchiato, è quasi completamente calvo, si fa strada con discrezione in direzione del palco, preceduto da tre scagnozzi ruvidi e malintenzionati che hanno tutta l’aria di essere la sua nuova band. Pochi minuti per accordare la sua chitarra ed ecco che Cheetah Chrome diventa un altro, una luce feroce gli brilla negli occhi, non è più lui, il rock and roll gli penetra dentro, c’è un’elettricità che sale dalle corde del suo strumento letale e scorre su, fino alla testa, al cervello e gli scoppia nelle vene! Infiammano la sala le note temibili e cupe di “Final Solution”, come ce la ricordavamo, tratta dal periodo in cui Cheetah ha fatto parte dei Rockets From The Tomb, supergruppo degli albori del Punk dal quale scaturirono poi ramificazioni che si chiamarono Pere Ubu e Dead Boys. La band picchia duro e Cheetah si getta anima e corpo nell’impresa, alterna pezzi della sua carriera solista a vecchi brani dei Dead Boys, ma sono questi ultimi ad incontrare il consenso di un pubblico che nel frattempo è diventato più numeroso. Un brivido mi pervade tutto, le note di “Ain’t It Fun” sono cariche di tensione e di disperazione, proprio come una volta, nulla è cambiato, abbiamo un lavoro, una casa, passiamo per persone serie e rispettabili, sì certo, ma loro non sanno che facciamo finta, soltanto quei suoni, quelle liriche raccontano quello che sentiamo dentro, chi siamo, come e perchè siamo ancora vivi! Holy Shit! Dopo una esecuzione vibrante e sofferta di “Son Of Sam”, tratta dal secondo albumi dei Dead Boys, Cheetah - che a dire il vero non è mai stato un vocalist - si accorge di essere in evidente debito di voce. La cosa era prevista, tanto è che sale sul palco, per fornire al live act un adeguato supporto, il gigantesco Rich Parsons, il vocalist degli Unnatural Axe, amico di Cheetah da sempre! I due si abbracciano e danno vita ad una sezione finale del concerto che diventa indimenticabile: le note sconvolgenti e gli accordi serrati di brani come “Ain’t Nothing To Do“ e “I Need Lunch”, eseguiti in rapida successione, sovvertono quel poco che era rimasto stabile. Fans impazziti si attaccano alla maglietta sudata di Parsons, si arrampicano sul palco, gli strappano il microfono dalle mani e danno vita ad una esecuzione corale di grande afflato punk, è uno spettacolo è una botta di vita indescrivibile, non ci sentiamo stanchi, può durare fino all’alba! Arriva il momento tanto atteso, la sferragliata di chitarre che apre “Sonic Reducer”, è il delirio più totale, è l’Inferno che si materializza sulla Terra, canta chi è stonato, grida chi non ha voce, suona chi non ha una chitarra! Rich Parsons cerca di tenere in equilibrio un boccale di birra sulla testa, l’esperimento riesce per qualche secondo, immaginate un po’ come finisce? Inzuppato di birra Rich non si dà per vinto, al contrario si esalta, si rotola sul legno, è felice di essere qui, è contento come un bambino, e noi con lui! Non possono andar via, è vietato, ancora un brano, è quella “What Love Is” che viene cantata a gran voce da tutti. “I wanna know, I wanna know, what Love is”! Usciamo dal locale che sono le 3,30 del mattino, mi devo alzare presto, who fucking cares, i latrati dei cani di guardia ai depositi della Tiburtina Valley mi fanno accorgere che sto ancora cantando, sono sordo, sono libero, sono felice!!!
(per la foto di Cheetah Chrome in concert si ringrazia Stefano di Radiation Records)
Articolo del
29/04/2007 -
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