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Che in Italia ci sia ben più di una cosa che non vada, credo se ne siano accorti in molti. Che la Prima Repubblica, con il suo sistema clientelare sia morta, è un’utopia. Oramai non lo si riesce più a nascondere: un po’ perché a furia di tirare, la corda si rompe, un po’ perché a forza di farla franca ci si sente più sicuri e quindi più palesi, un po’ perché l’Italia incomincia ad essere disillusa soprattutto tra i giovani. Sono proprio questi ultimi i protagonisti indiscussi del primo maggio, coloro che sentenziano ciò che è “giusto” e ciò che è “sbagliato” e così nonostante che i sindacati abbiano politicamente criticato le parole di Andrea Rivera profusosi in una accorata satira sul Vaticano, su osservazioni innegabili, il pubblico dal canto suo ha molto gradito. Sono partite invece valanghe di fischi al discorso sul diritto d’autore e sulla tanto “deprecabile” attività del download, pronunciato dalla Gerini, che non ha brillato neanche con gli altri testi scritti per la serata. L’osservazione che salta all’occhio è che questo Primo Maggio ha mostrato quanto netta sia la frattura fra chi governa e chi vota. Da una parte abbiamo un “popolo” di giovani elettori, laici e liberisti (non nella berlusconiana accezione) e dall’altro ancora il vecchio sistema clientelare di politici chiacchieroni e ruffiani che si piegano al potere elettorale - religioso anche se questo viola palesemente sia la Costituzione che i Patti Lateranensi del 1985. D'altronde l’elettorato cattolico fa ancora gola a tutti! Ma il punto forte è che questa palese rigidità istituzionale è sintomatica in ogni evento di un certo profilo dove in ballo non sono solo i soldi ma anche una discreta visibilità. Quindi non c’è da stupirsi se l’annuale appuntamento di Piazza San Giovanni si stia trasformando nella San Remo dei sindacati, dove senza capirne il perché troviamo i soliti assidui “calpestatori di palco”. Magari non c’è malafede ma neanche voglia di evolversi (d’altronde anche il Papa non crede nell’evoluzionismo!) perché Nomadi, Modena City Ramblers, Enrico Capuano, Enzo Avitabile, per quanto bravi è ora di mandarli in panchina per dar spazio a tanti altri che hanno nuove cose da dire! Doveva essere un concerto all’insegna dei 50 anni del rock in Italia ma l’unico rappresentante della scuola aveva 81 anni: stiamo parlando di Chuck Berry che ormai da tempo non conosce altro che i soliti due riff, per giunta suonati completamente fuori groove dalla band. Eccezion fatta per Afterhours e la “superband” di Mauro Pagani che ha riproposto classici del rock dai Cream ai Beatles coadiuvata da Manuel Agnelli e Francesco Sarcina, di rock in senso pratico non se ne è proprio sentito. Questa edizione è stata sotto tono rispetto alle altre ed in particolar modo alla precedente, ammorbata da: Avion Travel, Tiromancino, Irene Grandi, dalla immensa tristezza di sentire Paolo Rossi cantare, che non faceva nè ridere nè pensare ma lasciava solamente annichiliti di fronte ad uno spettacolo veramente penoso, un Daniele Silvestri preoccupato più di far rime da quattro soldi (anzi solo soldi) che canzoni, Carmen Consoli ormai dedita ad un folk ibrido e scopiazzato a destra e manca privo di originalità e completamente in ritardo storico come la scelta di suonare Malarazza di Modugno (brano inflazionatissimo sui palchi da un paio di anni), Tullio De Piscopo (ma che cavolo ci stava a fare!?!): un carrozzone lento (anzi Andamento Lento) con più infamia che lode, che lascia perplessi gli addetti ai lavori tutti tranne Vincenzo Mollica ma che fortunatamente riesce sempre a coinvolgere almeno un po’ la folla delle grandi occasioni.
Articolo del
03/05/2007 -
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