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Dopo una serata del genere, niente è più come prima. Non è stato solo un concerto, tanto atteso, che ha segnato il ritorno, dopo tanti anni, di Lady Rickie Lee Jones, è stato qualcosa di molto diverso, un’esperienza di vita, un incontro, una confessione intima, che ti lascia qualcosa dentro, una delle rare volte in cui la comunicazione fra pubblico e artista è totale, pura ed incontaminata. Nata a Chicago 52 anni fa, Rickie Lee non è più la sexy folk singer che si affacciò sulle scene della pop music nel lontano 1979, porta su di sé, quanto mai evidenti, i segni di una vita vissuta nella totalità dei suoi aspetti, sempre al limite, nonostante un carattere riservato ed introverso. Il male d’amore, le sue battaglie perse con l’alcool e con la droga, fuori per un lungo periodo dal music biz, dalla scena musicale che conta, il desiderio di provare ancora malgrado tutto, sì perché è lei, solo lei, l’unica erede di Janis Joplin e di Joni Mitchell, la sola in grado di condurre la canzone d’autore americana su quei livelli che storicamente le competono. Questa sera Rickie Lee presenta dal vivo “The Sermon On Exposition Boulevard”, l’album appena uscito per la New West, una etichetta indipendente, una nuova avventura, un altro rischio, si ricomincia daccapo, dopo gli anni d’oro con la Warner, dopo il periodo vuoto di una celebrità mai accettata, fatta di luoghi comuni e di inganni. La genesi del album è riconducibile all’incontro avuto nel 2006 con Lee Cantelon, scrittore e fotografo, autore di “The Words”, un’opera basata sulle parole e sulla vita di Gesù Cristo la cui riduzione teatrale in forma di recital ha visto Rickie Lee fra i protagonisti. Da questa esperienza molto significativa è arrivata l’ispirazione per registrare un concept album, dedicato interamente al progetto di Cantelon e tradotto in musica insieme a Peter Atanasoff, il suo chitarrista, con lei questa sera sul palco di Stazione Birra. L’esecuzione live di brani come “Falling Up”, della bellissima “Nobody Knows My Name” e di “Gethsemane”, una ballata più intensa e sofferta, danno subito l’idea dell’approccio decisamente rock e sperimentale scelto in questa fase da Rickie Lee, che abbandona i sofisticati jazz standard di qualche tempo fa, e regala tutto il suo fascino intrigante e delle interpretazioni da brividi a queste sue nuove creature, a queste sue nuove canzoni. Su “The Lamp Of The Body” e “Where I Like It Best” c’è poi un coinvolgimento totale, una dimensione chiaramente autobiografica nell’adesione ai testi delle composizioni, c’è una sofferenza palpabile che quasi mette in imbarazzo chi ascolta, di fronte ad un’anima messa a nudo da quelle canzoni, che non sono più tali, ma pagine di un diario intimo, capace di cogliere il degrado, il male, l’ansia di vivere, che si rivolge ad un Dio vicino a chi soffre, che racconta di una religione che è speranza, che è ricerca di sè, che è preghiera pudica e silenziosa, fuori dalla ufficialità delle chiese, lontana dalle dottrine e dal rigore dogmatico di Papa Ratzinger. Rickie Lee offre la sua vocalità calda e roca a tutto questo, ma non mancano gli acuti improvvisi e la verità della sua disperazione raggela il sangue nelle vene. Gli arrangiamenti non sono mai banali, Rickie Lee è inquieta, passa dalla chitarra acustica a quella elettrica, più volte ricorre ad un archetto di violino per strofinarlo sulle corde della chitarra e dare vita a distorsioni e dissonanze che si adattano a perfezione con le storie di solitudine e di abbandono che racconta. La tensione è altissima, scende perfino qualche lacrima dal volto di Rickie Lee, il pubblico se ne accorge, l’esecuzione di una folk ballad ritmata come “Something’s Happening There” recupera in parte la situazione. Rickie Lee decide anche di cantare per la prima volta in assoluto dal vivo un brano che sta ancora scrivendo: si intitola “Bailey Street", è un vero e proprio work in progress, tanto è vero che ad un certo punto si interrompe e sorride, perchè non ricorda più le parole! Applausi, solo applausi e grida di incoraggiamento per Lei, nostra Signora della canzone, che recupera dal passato una versione stupenda di “Last Chance Texaco” e poi ci regala un finale in perfetta solitudine, accompagnata soltanto dalle note di un pianoforte. Arriva la fine, lei ringrazia tutti e saluta commossa, scompare nel backstage, non torna sul palco, malgrado le invocazioni, ci ha dato sè stessa, come chiedere altro, non è una pop star, non ci vuole molto a capirlo. Il concerto più bello dell’anno, capolavoro di Stazione Birra.
(la foto di R.L. Jones in concert è stata gentilmente concessa dallo stesso autore Giancarlo De Chirico)
Articolo del
13/05/2007 -
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