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Le origini del mito, gli albori del punk rock americano che tornano a rivivere per una sera al Circolo degli Artisti che ospita i Pere Ubu, la band formata dallo straordinario vocalist David Thomas, ex Rocket From The Tombs, a Cleveland, Ohio, circa trenta anni fa. Il nome del gruppo venne preso in prestito dalla maschera tragica di “Ubu Re” una commedia francese scritta da Alfred Jarry. Da allora in poi il nuovo Ubu Re, sotto le sembianze di David Thomas, ha cominciato a muoversi lungo i percorsi di vita e le modalità di sviluppa della società industriale americana, ne ha analizzato brutture e torti, li ha raccontati, li ha messi in musica conservano lo stesso approccio satirico, la stessa irruenza verbale, lo stesso odio per le convenzioni. Quello dei Pere Ubu è un punk rock anarchico e sovversivo, visionario, folle e minimalista che parte da quello che era il blues marcio di Captain Beefheart e che approda poi ad un atteggiamento apocalittico nei confronti di un mondo, che sembra voler assistere impassibile al disfacimento della razza umana. Questo il contenuto di “The Modern Dance”, di “The Art Of Walking”, così come di altri bellissimi album, tutti poco digeribili ma di valore assoluto. Dopo tutta una serie di continui cambi di formazione che hanno portato la band a conoscere alterne fortune, il gruppo di David Thomas, un poeta ribelle, da sempre a disagio nei confronti della banalità e della superficialità che lo circonda, sembra essere tornato sui livelli di un tempo con la pubblicazione di “Why I Hate Women”, l’album del 2006 che presentano questa sera dal vivo, insieme a schegge del loro furente passato. L’esecuzione di brani importanti come “Flames Over Nebraska" e “Love Song” è accolta con interesse e con religioso silenzio da un pubblico composto non solo da stagionati “reduci” come chi vi scrive, ma anche da nuove generazioni di punk rockers, desiderosi di abbeverarsi alla fonte. David Thomas non è in grande forma, è imbottito di alcool, ogni tanto si concede delle pause, si asciuga il sudore, beve ancora, e non certo acqua minerale. La sua voce però è rimasta la stessa, mefistofelica e tagliente, abrasiva, pericolosa e destabilizzante, proprio come la sua musica, quella dei Pere Ubu, il nichilismo più tragico applicato al punk, una rivisitazione desacralizzata del rock and roll della leggenda Elvis Presley, più volte chiamato in causa, ironicamente, anche questa sera. Il sintetizzatore è andato perduto all’aereoporto di Londra, ma il tastierista si adatta alla grande utilizzando al meglio il suo theremin, uno strumento che cattura le onde radio che poi vengono modulate e distorte a piacere. E’ il gusto per la dissonanza che ancora traspare, una forma di psichedelìa che viene dal garage rock ma che ricorda a tratti anche certo free jazz. Arriva anche il momento di “Final Solution”, un classico, forse il brano più rappresentativo della band, “I don’t need a cure / I need a final solution”, l’indicazione a procedere oltre, a non accontentarsi mai, un brano di rock frastagliato e potente, una sorta di invocazione vibrante dell’era post atomica, un pezzo tragico, una denuncia agghiacciante, fuckin’shit, e noi ad ondeggiare mani e corpi, preoccupati del fatto che non siamo ancora “maturati” a dovere, who cares?, estasiati e consapevoli! Su “Texas Overture” assistiamo al trionfo della dissoluzione della forma canzone, privata di ogni residuo melodico, è una musica finalmente libera che fluisce via lontano accompagnato dal canto lucido e disperato di Thomas. Giusto il tempo di sostituire la strumentazione sul palco ed ecco arrivare Mick Harvey e la sua nuova band, composta da James Johnston, alla chitarra elettrica, da Thomas Wydler , alla batteria, entrambi ex Bad Seeds, e da Rosie Westbrook, australiana, al contrabbasso. Dovevano esibirsi prima dei Pere Ubu, ma poi David Thomas, che sappiamo maniacale ed attento, ha chiesto una inversione di programma per poter sistemare il suo equipaggiamento a dovere all’inizio della serata. Conoscevamo Mick Harvey per il suo contributo come chitarrista e songwriter accanto a Nick Cave & The Bad Seeds, per i suoi album con i Crime & The City Solution e più recentemente per la sua personale rilettura dei classici di Serge Gainsbourg, ma in questa occasione ci presenta dal vivo “Two Of Diamonds”, il suo ultimo disco, una sorta di autoritratto, in cui si rispecchia citando due miti che hanno caratterizzato la sua crescita musicale: Johnny Cash e Nina Simone. L’atmosfera di questo concerto è decisamente diversa, più calda, intima ed accogliente, malgrado il fatto che le nuove ballate di Mick Harvey siano decisamente tristi ed inquiete. Sono molto belle “I Don’Want You On My Mind”, “A Walk On The Wild Side” e “Sad Dark Eyes”, la voce di Mick è molto intense, l’accompagnamento di Rosie al contrabbasso è perfetto, mentre Thomas Wydler e James Johnston si confermano due grandi musicisti, in grado di dare spessore notevole a questa live performance. A sorpresa ecco che arriva “Come Into My Sleep” un pezzo dell’amico Nick Cave e ancora “Slow Motion”, un brano scritto da P.J. Harvey, con la quale Mick spesso collabora. Seguono citazioni da “One Man’s Treasure“ e da “Intoxicated Man”, mentre il finale è riservato ad una ballata molto gradevole e corale come “Out Of Time Man”, un pezzo scritto da Manu Chao che però, a ben sentire, assomiglia molto nel “refrain” a “The Passenger” di Iggy Pop. Che dire, serata esaltante!
(la foto di David Thomas in concert è dello stesso autore dell'articolo Giancarlo De Chirico)
Articolo del
18/05/2007 -
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