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Il maltempo ha rovinato i piani degli organizzatori della Festa di Primavera che sarebbe dovuta partire all’EUR nell’ambito del Laghetto Live Festival. E così il concerto dei Low è stato spostato all’ultimo momento all’Alpheus. Non c’è il pubblico delle grandi occasioni ed è un vero peccato perché la storia passata della band è meritevole di ogni attenzione e perché “Drums And Guns” il loro ultimo album, l’ottavo in ordine cronologico, è un disco fantastico, tutto da scoprire! Originari di Duluth, Minnesota, la stessa città di Bob Dylan, i Low sono attivi dal lontano 1993 e devono la loro fortuna al genio creativo e all’abilità compositiva di Alan Sparhawk, chitarra e voce, e di sua moglie, Mimi Parker, voce e batteria, ai quali si è aggiunto successivamente Matt Livingston, in sostituzione del bassista originario. Il concerto, scarno e minimale come ci aspettavamo, si apre con l’esecuzione della bellissima “Sandinista”, subito seguita da una straziante “In Silence”, due fra i brani più belli del nuovo album, che stasera i Low presentano quasi interamente. Le luci sono basse, le armonie disegnate dalla chitarra di Alan sono sommesse ed oscure, anche se talvolta lo stridore degli strumenti interviene a capovolgere la situazione, in un crescendo dinamico impressionante. Ci troviamo di fronte ai pionieri dello “slowcore” più puro ed essenziale che è dato conoscere, i testi delle canzoni raccontano drammi esistenziali e tragedie e hanno la capacità di dare voce al dolore, quello vero, quello non gridato. Il beat meccanico di una batteria elettronica e il loop attraverso il quale vengono filtrate in certe occasioni le voci di Alan e di Mimi, non tolgono nulla alla semplicità dell’approccio e all’immediatezza delle canzoni proposte dal gruppo. Brani come “Take Your Time”, “Dragonfly” e “Belarus” scorrono via impreziositi dagli interventi di una violinista aggregata alla band per arrivare poi al momento della esecuzione di slow ballad piuttosto note ed amate dal pubblico, come “Sweet Sunflower” e la fantastica, lunghissima, emozionante “The Great Destroyer”, tratta dall’album omonimo. Ci sentiamo tutti avvolti e dolcemente prigionieri delle armonie delicate e pregnanti dei Low, e un brano come “Violent Past”, assolutamente struggente, forse esemplifica quella che è la vera anima musicale del gruppo. Richiamati a gran voce sul palco, i Low eseguono ancora “Murderer”, sontuosa nella sua semplicità, un pezzo che ti lascia quasi senza fiato, eseguito come è a cappella da una straordinaria Mimi Parker, e “Breaker”, per poi lasciarsi andare ad una mirabile rivisitazione di “Amazing Grace”. E’ il momento di ringraziare e di salutare tutti, ma una ragazza di lato al palco si rivolge ad Alan, gli chiede qualcosa, forse un’altra canzone. Niente da fare, loro spariscono nel backstage ma dopo appena pochi minuti escono di nuovo e si diffondono nell’aria le note armoniose e bellissime di “Lullaby”, un vecchio brano tratto da “I Could Live In Hope”, uno dei primi album della band. Si sente un urlo di gioia, è lei, la ragazza, era proprio quello il brano che gli aveva chiesto, una ballata psichedelica dolce e interminabile, che lei rivive intensamente, abbracciata per tutto il tempo al suo ragazzo. E siamo davvero in presenza del nocciolo duro della musica, quella rara, pregevole, che non è merce da esportazione, che non ubbidisce a regole di mercato, che non compare su riviste patinate very intellectual and very cool, ma che regala profonde emozioni.
(la foto di Alan Sparhawk in concerto all'Alpheus è dello stesso autore dell'articolo Giancarlo De Chirico)
Articolo del
30/05/2007 -
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