|
Hanno segnato una svolta epocale nell’ambito della musica rock, ne hanno rallentato i tempi, smussato i toni e ne hanno abolito anche quegli atteggiamenti tronfi ed altisonanti che avevano ben poca ragione di essere. Sono americani, vengono da Louisville, Kentucky, si chiamano Slint e sono da molti individuati come i pionieri del post rock, quella corrente musicale che si è diffusa all’interno del filone underground a partire dagli anni Novanta fino ad esercitare una forte influenza sulle nuove band, gli scozzesi Mogwai su tutti. Dopo aver pubblicato due album fantastici fra il 1988 e il 1992 gli Slint si sciolgono e i singoli musicisti del gruppo danno dato vita a nuovi progetti. Due anni fa però, a sorpresa, Brian Mc Mahan, David Pajo e Britt Walford rimettono insieme la band, ricominciano a suonare insieme, sbarcano anche in Europa e questa sera a Roma ci presentano per intero dal vivo “Spiderland”, il secondo album in ordine cronologico, di certo il disco più famoso della band, un cd da possedere obbligatoriamente all’interno della vostra collezione. Rigorosi e silenti gli Slint tengono lontano perfino i fotografi dal palco del Circolo degli Artisti mentre risuonano nell’aria gli arpeggi delicati e sommessi, ma profondamente inquieti, di composizioni come “Breadcrumb Trail” e “Nosferatu Man”. Il concerto è quasi esclusivamente strumentale, bisogna aspettare “Washer” per ascoltare un canto lontano, fatto di dissoluzione, che reca con sé echi di malessere e tanto rimpianto. Segue una lunga piece strumentale guitar oriented carica di tensione che finalmente esplode in un fragore devastante, mirabili schegge di energia nervosa fino ad allora conservate dentro il cuore, nella mente, che trovano spazio in una dimensione liberatoria, catartica. Il resto del disco viene eseguito dal vivo con una dedizione ed una perfezione assoluta fino alle note conclusive di “Good Morning, Captain”. Assistere ad un concerto degli Slint significa esporsi ad una espressione musicale dalla valenza fortemente ipnotica, un qualcosa che mette insieme, in maniera originale e con l’aggiunta di una sapiente ricerca melodica, certo sperimentalismo proprio dell’underground con il rock acido e la psichedelìa di fine anni Sessanta. Si tratta di un’esperienza musicale unica e irripetibile, che pensavamo di non poter più regalare a noi stessi ai tempi del prematuro scioglimento della band, vissuta come un rito di iniziazione a cui è necessario sottoporsi, malgrado il gran caldo, nonostante il grande afflusso di pubblico, per meglio capire la genesi di tanta musica moderna e le strade del nuovo Rock. Gli Slint non hanno concesso niente allo spettacolo, hanno saputo essere semplici veicoli in mano alla loro musica, e quella sezione vocale così distante e sofferta, è al tempo stesso segnale di malinconia e di speranza nei confronti di un sistema di vita, quello Occidentale, che mostra delle crepe, e che noi tutti speriamo possa riprendersi ancora.
Articolo del
31/05/2007 -
©2002 - 2026 Extra! Music Magazine - Tutti i diritti riservati
|