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Band come The Kills, Black Keys, Detroit Cobras, The Greenhornes - e potremmo fare decine di altri nomi - cosa hanno in comune? Ovvio: un incalcolabile debito di riconoscenza nei confronti dei White Stripes, il duo rosso & nero di Detroit che a partire dall’inizio del decennio ha riportato in cima all’agenda l’essenzialità degli albori del rock nonché il ruvido sound rock-blues dei primi anni settanta. E oggi alla lista dei miracolati da Jack e Meg White possiamo aggiungere anche i Little Barrie, tre ragazzi del Nottinghamshire in rapida emersione e “Ten Years After post-moderni”, che si sono esibiti l’altra sera ad un Circolo degli Artisti pieno solo a metà per l’ultima tappa del loro primo tour in terra italica. Barrie Cadogan (già chitarrista live e di studio con Primal Scream e Morrissey), Lewis Wharton (basso) e Billy Skinner (batteria) sono tre imberbi britannici capelloni dalle inconsuete doti strumentistiche (sanno cosa suonare ma soprattutto cosa NON suonare: prendete nota, gruppi autoctoni!), e hanno alle spalle due album niente male perdipiù prodotti da personaggi non proprio di secondo piano: il primo “We Are Little Barrie” su cui ha lavorato l’ex-Orange Juice Edwyn Collins; il secondo, il recentissimo “Stand Your Ground” curato – a sensazione - da quel campione dell’hip-hop che risponde al nome di Dan The Automator, già collaboratore di Kool Keith, Handsome Boy Modeling School e Gorillaz, tanto per citare qualche “nomignolo” a caso dal suo sconfinato CV. Una scelta, quella del mitico Dan, a nostro avviso non molto indovinata, se è vero che i brani di “Stand Your Ground” su disco suonano oltremodo precisi e pulitini - e a tratti anche swinganti – rispetto a quella che poi è la loro resa dal vivo, dove – prepotente – emerge la vena più rude e più blues dei Little Barrie. Hanno trovato spazio, nel corso del loro set romano durato circa un’ora, alcuni dei brani dell’esordio (in primis, l’intensa “Greener Pastures”) ma la parte del leone l’hanno fatta i più recenti – e superiori – episodi di “Stand Your Ground”. E hanno dato tutto, Barrie Lewis e Billy (scalmanato dietro i tamburi da vero epigono di Keith Moon), alla ricerca costante del giusto “groove” blues che scuotesse le gambe dei fans delle prime file, che hanno trovato spesso e volentieri come sull’irresistibile “Pin That Badge” e, soprattutto, su “Love You”, forse il brano migliore del loro ancora non pingue repertorio. E’ peraltro nostra impressione che se l’esibizione fosse terminata proprio su “Love You” sarebbe stata compatta e perfetta, ma i (sudatissimi) Little Barrie a quel punto ci hanno preso gusto e si sono lanciati nell’esecuzione di tre brani aggiuntivi non proprio all’altezza che ci hanno lasciato, ormai quasi all’una di notte, con in bocca uno sgradevole sapore di anticlimax. Anche così, però, non è cambiata di molto la valutazione positiva su una serata degnissima e su un “power-trio” che varrà la pena di seguire con attenzione. E a conti fatti si è trattato di un valido antipasto in attesa del banchetto a base di rock-blues neomillenario, che i primi della classe White Stripes non mancheranno di mettere in tavola in occasione del loro second coming romano del 6 giugno prossimo venturo.
Articolo del
07/06/2007 -
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